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-povera sinistra-

InPolitica su maggio 25, 2009 a 10:46 pm

A ventun’anni dalla fine del Pci, l’idea che i «comunisti» continuino a ostacolare l’azione di governo è quantomeno ridicola. Al contrario, quelle che Silvio Berlusconi continua a chiamare «le menzogne della sinistra» sembrano avergli addirittura consegnato anni di crescente e incontrastato dominio. Dilaga infatti l’idea (confermata dai consensi) che in molti abbiano fatto il suo gioco. La battuta che Bertinotti fosse «a libro paga» dell’attuale presidente del consiglio provoca, conseguentemente, sempre meno sorrisi.

Ma partiamo dai dati che tutti conoscono: nel 1988, alla vigilia della caduta del muro di Berlino, il partito comunista europeo più fertile, più dinamico e con più consensi di tutti gli omologhi occidentali, anticipando – secondo alcuni – il corso della storia, opera una scissione. Da una costola del rinnovato Partito della sinistra, nel 1991 nasce Rifondazione comunista. Risultato: dal 5,6 % delle politiche ‘92 fino al 9 scarso delle elezioni ‘96 (dopo il primo flop berlusconiano), si è giunti oggi a un disastroso cumulativo 3,2 %, somma dei voti di tutti gli esponenti della sinistra radicale inclusi i verdi, un partito cosiddetto “radical chic” (che ha visto transitare esponenti di diverse culture politiche tra loro inconciliabili), anomalia tutta italiana nel panorama ambientalista europeo.

L’esperienza fallimentare della Sinistra arcobaleno (Rifondazione, Verdi, Sinistra democratica e Comunisti italiani) nel 2008 è quindi probabilmente la più grande débacle elettorale che la storia della sinistra ricordi. Un bacino di elettori che fino a 18 mesi prima avrebbe facilmente oltrepassato la soglia del 10%, ricreando nuovamente un polo alternativo all’opposizione centrista di respiro popolare, è miseramente crollato, sottolineando in maniera inequivocabile come il «verde» con il «rosso» abbia poco da spartire, e come l’unico verde che i neocomunisti debbano prendere in considerazione sia quello di tinta padana della Lega, che tanti voti operai ha risucchiato, come un vortice di Naruto, anche nei «feudi» della Toscana, della Liguria e dell’Emilia Romagna.

Ma al di là delle evidenti incompatibilità cromatiche, le imminenti europee hanno nuovamente ridisegnato lo scenario a sinistra, rendendo ancor meno decifrabile un’offerta politica già fragile. Sia laddove è rimasta la falce martello (la Lista comunista e anticapitalista, composta dal Prc di Paolo Ferrero e dal Pdci di Oliviero Diliberto, e il Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando) sia laddove è sparita (Sinistra e libertà di Nichi Vendola). Ed è proprio questo l’elemento più critico per chi cerca di ricostruire una sinistra senza più culture di riferimento, sempre più annientata nei propri contenuti e drammaticamente priva di personalità intellettualmente e politicamente autorevoli. Questo era infatti il. vero punto di forza del partito comunista italiano e della sua dirigenza. Basti pensare al nome di Gramsci che Oltralpe suscita ancora oggi rispetto e dibattiti all’avanguardia, mentre in Italia è diventato poco più che un totem contraffatto, che il turista inesperto piazza nel proprio salotto come decorazione, al ritorno dalle vacanze nelle riserve indiane degli States, e di cui poco si studia e poco si sa. Nessuna tanto millantata egemonia culturale, quindi. Tantomeno nei libri di scuola.

Nonostante i volumi di Bernstein, Kautsky, Proudhon e Bakunin in bella mostra nelle romane librerie degli (ex) parlamentari gauchistes (già di per sé sintomo di una confusione latente), poco resta di una cultura politica imponente, dimenticata nel deserto ideologico moderno, lasciando soltanto falle e contraddizioni sui temi cardine: industrializzazione, lavoro, internazionalizzazione e laicità. Le egide moderne si nascondono invece dietro ad inganni meramente demagogici, celati sotto un velo che confonde i tessuti idealisti (nel senso filosofico) originari in vuoti concetti d’occasione, facilmente reperibili, poco efficaci e assai controproducenti. Pacifismo, ecologismo, un post femminismo d’ignote radici e un conservativismo senza eguali, che stanno lentamente affondando un vascello fantasma di cui pochi ricorderanno la scomparsa.

A poco serve accusare la deriva maggioritaria dell’attuale Pd. O ricordare l’utopia bertinottiana di un nuovo ordine, di una nuova rivoluzione (affogata nel sangue dopo le rivolte di Seattle, Stoccolma e Genova) da compiere grazie alla forza spontanea insita nei movimenti. O ancora, denunciare le politiche americane d’ingerenza durante la guerra fredda avallate dalla Democrazia cristiana. Come nel gioco del pallone, infatti, prima di aspettare che la piccola squadra di turno riesca a fermare in casa la capolista, prima bisogna fare i 3 punti, vincendo le proprie partite.

Uno degli ultimi numeri di Internazionale, dal titolo «C’era una volta la sinistra» e firmato Perry Anderson, decripta lucidamente la defaite culturale del partito dei lavoratori in Italia, così forte e coinvolgente fino alla morte di Enrico Berlinguer (che negli anni Settanta raggiunse il 34 % dei voti), così povero di riferimenti culturali oggi in uno scenario politico trasformato da Tangentopoli e da ciò che ne è seguito fino al tentativo berlusconiano odierno di trasformare la professione del politico in una passerella, dove modelle, starlette, giovani rampolli e controfigure siedono in un Parlamento definito «inutile», con un esecutivo avvallato soltanto dai talk show televisivi, conclamata nuova aula del dibattito politico.

E in questo «avveniristico» modo di fare politica, la sinistra italica si rivela terribilmente arretrata: non poiché non sappia anch’essa proporre eguali personaggi «attrattivi», quanto perché la semplificazione del linguaggio e delle idee in corso, provoca l’emergere di figure incompetenti, ma incapaci di sopperire alla loro mancanza di preparazione. Che tuttavia richiamano continuamente. Sarebbe come se Mara Carfagna avesse incentrato la propria campagna elettorale su Hegel e sulla Gestalt: il disastro sarebbe stato totale.

Anche la leadership italiana della Sinistra europea, fortemente voluta da Bertinotti, oggi vacilla, anche per lo spasmodico bisogno del Pd di precorrere i tempi, smarcandosi dal Pse, il riferimento socialista presieduto dal «kapò» Martin Schulz. Ma anche all’estero, le cose non vanno meglio. In Francia, il Nouveau parti anticapitaliste, ormai più forte del Pcf, si deve affidare alla figura del postino Olivier Besancenot, giovane con interessanti capacità mediatiche ma sensibilmente lontano da uno spirito governativo.

Non può che tornare alla mente, quindi, lo sketch di Corrado Guzzanti, in versione Fausto Bertinotti, in cui grida compiaciuto che «la sinistra è gioco, opposizione, divertimento» e in cui le finanziarie proposte da Romano Prodi vengono rispedite al mittente come «inaccettabili» solo perché il ristorante in cui sono state proposte non è all’altezza.

Povera sinistra, allora, e poveri suoi maestri, alle prese con un riposo perpetuo quantomai insonne, dentro bare scomode, piene di spifferi e orribili insetti.

-l’affaire tavaroli-

InCronaca, Politica, Società su settembre 25, 2008 a 11:09 pm

I. l’affaire Tavaroli

Si discusso spesso sulla natura e sull’utilità di un blog: strumento di giornalismo, universo di confronto, diletto squisitamente filosofico, espressione estetica e poetica dei pensieri di una presunta élite di scrittori. Ma è l’animo giornalistico in uno spazio indipendente quello da rimarcare in maniera più decisa.

E quale miglior modo di farlo se non quello di utilizzare il giornalismo stesso, le parole, le battute dei cronisti impegnati a seguire una vicenda di portata mastodontica, come il dossier Tavaroli. In un lungo articolo a puntate, chi scrive cerca di dare ordine alle pubblicazioni di alcune testate, nell’intento di informare e far riflettere su un fenomeno così vasto, con un potenziale pericolosissimo, incredibilmente lasciato in pasto all’opinione pubblica. Il caso Tavaroli ha la capacità straordinaria di rimettere all’ordine del giorno tutte le contraddizioni del sistema economico-politico italiano (ma non solo), in un formidabile nodo gordiano fatto di losche manovre, accese diplomazie, accordi sottobanco e aspre rivalità di potere che coinvolgono industriali, politici, giornalisti, avvocati e personaggi dello spettacolo.

Divenuto ormai impossibile da nascondere, dopo il caso Abu Omar (non se ne parlerà in questa sede), l’affaire Tavaroli è il primo vero scandalo di spionaggio a cui la nostra generazione ha potuto assistere personalmente, giorno per giorno, in una pagina di storia d’Italia, segreta e costituita da intrecci politici, economici e editoriali, in cui tutto ciò che viene pubblicato è da filtrare con cautela per carpirne le verità e distinguerne le fonti.

I due quotidiani nazionali di maggior rilevanza, Corriere della Sera e La Repubblica, hanno fatto a gara a scoprire (e abilmente gestire) fatti e informazioni che non possono che inquietare ad un primo sguardo, ma che inevitabilmente contribuiscono a fare una relativa chiarezza su un universo sotterraneo, spesso ipocritamente e consapevolmente occultato, che da sempre agisce con metodi, al limite della legalità. Metodi che lo stesso Tavaroli non esita a definire «attività border line». E poco conta l’indignazione quando poi lo scandalo viene alla luce, perché coloro che s’indignano ben sanno e capiscono il funzionamento del sistema. In particolare quello delle cosiddette Security che come vedremo hanno visto incrementarsi esponenzialmente il proprio raggio d’azione dopo la caduta del muro di Berlino e dopo l’11 settembre soprattutto grazie all’avvento della società delle tecnologie di informazione e comunicazione. Principali protagoniste dello scandalo, assieme ai servizi segreti e alle agenzie di investigazione privata, le security rendono diabolico un meccanismo capace di istituire una rete di controllo che gestisce i più svariati interessi, abitualmente perseguiti in maniera illegale.

II. privacy e reputazione

Ma partiamo dai fatti, dalle intercettazioni illegali, dalle violazioni più o meno gravi di quella privacy (troppo spesso difesa a torto dai mass media) perpetuate sistematicamente da un gruppo di individui capeggiato dal principale indagato dell’inchiesta, il signor Giuliano Tavaroli.

(Dal Corriere della Sera, 20 luglio 2008, Luigi Ferrarella) «Quasi 9mila accessi abusivi a informazioni (banche dati dei ministeri Interno, Giustizia e Finanze, tabulati telefonici, hackeraggio di pc) che hanno violato la privacy di un numero di cittadini pari a poco più della metà: è questa la dimensione dello spicchio di attività illegale di dossieraggio afferrato dai tre anni di inchiesta della Procura di Milano sulla Security di Telecom e Pirelli nell’era di Giuliano Tavaroli. Sui soggetti più disparati. Esponenti di associazioni di consumatori, come Carlo Rienzi del Codacons. Controllori di Telecom, come i 5 funzionari del Garante per la Concorrenza «spiati» nelle mail proprio mentre l’Antitrust giudicava Telecom, o come il sindaco di minoranza Rosalba Casiraghi. Dipendenti e sindacalisti, ma anche i concorrenti Fastweb, Vodafone, H3G. Top manager italiani come Enrico Bondi, Vittorio Colao (allora in Rcs) e l’ad di Enel Fulvio Conti; e big esteri come Al Walid e il gruppo Sawiris (operazione Scimitarra). Banchieri come Cesare Geronzi e imprenditori come Marcellino Gavio. Giornalisti invisi come Massimo Mucchetti (Corriere) o gli articolisti di Libero Davide Giacalone e Fausto Carioti. E forse anche altri uomini dell’ editoria titolari di qualcuno dei cellulari di cui l‘applicativo Radar carpiva in Tim (senza lasciare traccia) i tabulati del traffico storico: per esempio uno in carico alla Mondadori, o l’ altro («sbirciato» per il 2003 e 2004) intestato “a Pirelli spa Rcs MediaGroup”. Più personaggi dello sport (dall’ arbitro Pairetto al calciatore Vieri passando per Moggi) e persino della cronaca nera, come quel Ruggero Jucker assassino della fidanzata. Quando sarà attivata la procedura per l’ udienza di distruzione dei dossier (da 15 mesi però al vaglio della Consulta), per ospitare tutte le parti offese si rischierà di dover far udienza magari in un palazzetto dello sport, sempre si riesca intanto ad avvisarle. Questa massa di informazioni, “utilizzata per integrare i dossier sulle persone attenzionate, studiandone i contatti e le frequentazioni, a volte era “trasmessa a personale dei servizi di sicurezza per finalità non istituzionali”, a volte era finalizzata all’interesse aziendale. Telecom e Pirelli sono indagate (per corruzione degli agenti che accedevano ai dati abusivi) per la legge 231, nell’ipotesi che i loro modelli organizzativi non fossero adeguati o ben attuati per impedire i reati attribuiti a Tavaroli. Nel contempo le società si costituiranno parte civile contro gli indagati (sui 34 totali) di appropriazione indebita di quasi 40 milioni di euro aziendali, reato commesso “per occultare pratiche corruttive” attuate dallo staff della Security “con l’ abuso di relazioni d’ ufficio e prestazioni d’ opera” nelle due società».

Il quadro presentato da Luigi Ferrarella, nota firma di giudiziaria del quotidiano milanese, svela un organismo privato aziendale, la Security Telecom, che svolgeva attività di ogni tipo: dossier fatti di numerose indagini «sporche», difficilmente giustificabili soltanto con il riferimento alla sicurezza canonica dell’azienda e molte delle quali ancora inspiegabili. Oltre ai fatti palesati, il «gioco» sembra l’utilizzo delle informazioni come «arma negoziale intimidatoria», come lucidamente analizzato in altra sede dalla direttrice dell’Unità, Concita Di Gregorio. Si tratta cioè di venire in possesso di informazioni in grado di influire su rapporti passati, presenti e futuri di partner, concorrenti o controllori dell’azienda, soprattutto operando, come vedremo, sulla «reputazione». E in particolare sulla minaccia di rivelare informazioni che potrebbero «rovinare chiunque». È sempre stato così, ma le tecnologie allargano il raggio d’azione e il potere di questi meccanismi. Il caso Tavaroli è esempio perché ci sbatte in faccia la dura realtà del potere oscuro dietro al potere istituzionale, pubblico e privato, senza ipocrisie, o meglio, oltre le ipocrisie.

(Dal Corriere della Sera, 20 luglio 2008, Luigi Ferrarella) «Quella che la Procura qualifica tecnicamente una “associazione a delinquere(contestazione mossa a 26 indagati su 34), è peraltro accusata d’ aver commesso un’impressionante (per quantità e qualità) varietà di reati. Prima di tutto la “corruzione” finalizzata alla “rivelazione di segreti d’ufficio: le tangenti versate ai pubblici ufficiali che si prestavano a consultare abusivamente le banche dati dei Ministeri dell’ Interno, della Giustizia e delle Finanze, con ciò violando circa 9mila volte il trattamento dei dati personali di almeno 4.000 persone e 350 società. Tra gli illeciti spiccano poi quelli che hanno visto come vittime coloro che avevano compiti, nelle istituzioni o negli organi societari, di controllare la gestione di Telecom e Pirelli. A cominciare dal furto di posta elettronica di cinque funzionari dell’ Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato proprio mentre in quel dicembre 2004 l’ Antitrust doveva decidere una causa intentata contro Telecom dai concorrenti Fastweb e Albacom. Non meno grave è il dossieraggio (operazione Clarabella) su Rosalba Casiraghi, la professionista che nel collegio sindacale di Telecom rappresentava i soci di minoranza; o l’ intrusione nelle email di due componenti dei fondi pensione che contestavano gli accordi tra Telecom Italia e Daniel Dantas. Senza contare le attività illecite messe in atto nei confronti di concorrenti come Vodafone, Vivo, Telmex, il gruppo Sawiris, Fastweb, H3G. E, ancor più scabrosi, gli accertamenti illeciti operati su migliaia di dipendenti di Telecom e Pirelli con le operazioni Filtro e Scanning, costate da sole ben 2 milioni e 700mila euro dal 2000 al 2004. Nell’ elenco, che occupa oltre 200 pagine, figurano anche banchieri come Cesare Geronzi, imprenditori come Marcellino Gavio, manager come Enrico Bondi o l’ ad di Enel Fulvio Conti, finanzieri esteri come Al Walid, esponenti di associazioni di consumatori come Carlo Rienzi del Codacons, il calciatore Bobo Vieri, Luciano Moggi, qualche ignaro utilizzatore di cellulari di cui sono stati studiati a lungo i tabulati (uno in carico alla Mondadori, o l’ altro intestato “a Pirelli spa Rcs MediaGroup”), politici come Lorenzo Cesa o Aldo Brancher, e in un caso anche un nome alla ribalta della cronaca nera come Ruggero Jucker (che risulta “radiografato” insieme al padre dopo il suo arresto per l’uccisione della fidanzata a Milano)».

III. al sicuro dalla giustizia

Lo scenario inizia a espandersi. Se sei lo Stato, sono i servizi segreti a svolgere tutte quelle attività, sia legali che non, in nome della difesa degli interessi della nazione. E il segreto di Stato interviene per tutelarli soltanto nel momento in cui le infrazioni divengono irrivelabili all’opinione pubblica o, più semplicemente, alla giustizia. Ecco, le Security sono i servizi segreti delle aziende, con l’unica eccezione di non poter nascondere i propri misfatti dietro al segreto di Stato, dovendone rendere conto innanzi alla società intera. Per continuare a operare senza ostacoli, allora, le security necessitano di sviluppare degli anticorpi rispetto a chi mai volesse contrastarle, cioè il sistema giudiziario, anche perché i servizi sono spesso alleati prima ancora che concorrenti in questo peculiare «mercato» delle informazioni. Vediamo come agì, nel caso in questione, la «Rete Tavaroli». Due erano innanzitutto le precauzioni da prendere, quindi, contro il possibile intervento dei magistrati.

(Dal Corriere della Sera, 22 luglio 2008, di Luigi Ferrarella) «Uno sarebbe stata la “Rete”, cioè un terminale di “informatori” e ufficiali di polizia giudiziariaispirato” per i pm dall’ex ufficiale dei carabinieri poi dirigente Telecom, Angelo Jannone, e dal consulente di Tronchetti, Guglielmo Sasinini: imperniata sui “collettori” di notizie su base regionale Amedeo Nonnis, artificiere dell’ esercito, e Edoardo Dionisi, carabiniere, la “Rete” per l’accusa fu “creata sia per acquisire notizie utili sia per tutelare la Security e il management dell’azienda da iniziative giudiziarie. L’altro anticorpo avrebbe invece sfruttato, all’interno dei sistemi aziendali di telecomunicazione, un sistema di una quindicina di sonde potenzialmente in grado di “suonare” l’ allarme ove su alcuni particolari soggetti qualche magistrato avesse attivato intercettazioni telefoniche, nonché forse tecnicamente utilizzabile anche al contrario per poter svolgere intercettazioni illegali».

Se inoltre l’azienda in questione è Telecom italia – che, ricordiamo, è una ex società pubblica (la Sip), privatizzata (scalata Colaninno-Gnutti e acquisto di Tronchetti Provera) alla maniera che conosciamo, indebitata e con un sostegno politico tutto da verificare, è difficile credere che le intercettazioni scottanti venissero dimenticate in nome dell’etica e della privacy e che spregiudicati addetti alla sicurezza come Tavaroli fossero così rigorosi e scrupolosi da non utilizzare le migliori armi per «tutelare gli interessi» dell’azienda e dei suoi vertici, soltanto in nome della privacy e della riservatezza. Senza inoltre dimenticare le manie di grandezza della rete Tavaroli che, presumibilmente, non era di certo restia a ambizioni di potere personale, al di là della tutela di Telecom. È questa infatti la sostanziale difesa di Marco Tronchetti Provera, innanzi ai giudici, che hanno deciso di non imputarlo, come vedremo più avanti, ritenendo Tavaroli l’unico imputato. A parziale conferma di ciò c’è il vanto di Tavaroli che, nel suo libro «Spie», sembra proprio sottolineare la considerazione che da ogni parte riscuote proprio grazie al potere informativo che rappresenta. L’obiettivo non sembra altro che la creazione di un nuovo polo di potere. Ma tornando alle modalità operative della rete, ancora due erano (è davvero giusto usare l’imperfetto?) le potenti fonti di notizie.

(Dal Corriere della Sera, 22 luglio 2008, Luigi Ferrarella) «La prima: il mercimonio di tabulati telefonici, i registri delle chiamate di qualunque utenza, dai quali si può dedurre chi parla con chi, quando, quante volte: un applicativo informatico della Tim, il sistema Radar, nato per contrastare le frodi contrattuali ma utilizzato poi per le impreviste potenzialità che un suo difetto aveva evidenziato, Consentiva infatti di estrarli senza che rimanesse traccia di chi aveva interrogato il sistema. La seconda: l’intrusione illecita nei sistemi informatici di privati e di grandi aziende, dai quali gli hackers di Ghioni (con il suo Team Tiger, come vedremo dopo, ndr) sapevano risucchiare archivi e posta elettronica. Infine, tramite l’ex capo del controspionaggio del Sismi Marco Mancini, ma anche grazie all’ ex dipendente Sisde Francesco Rossi e all’ex fonte Sisde e sindacalista Alitalia Antonio Vairello, nonché allo 007 francese e funzionario Europol Fulvio Guatteri, e ai contatti ex Cia di Spinelli, la Security di Telecom e Pirelli poteva attingere anche a «notizie e documenti attinenti la sicurezza dello Stato di cui è vietata la divulgazione», in parole povere a schede e notizie classificate per uso istituzionale negli archivi dei servizi segreti».

In sostanza il responsabile sicurezza di Telecom, Giuliano Tavaroli, e i suoi «compagni di merende» Marco Mancini (all’epoca capo del controspionaggio del Sismi, cioè niente meno che il numero due dei servizi segreti italiani) e Emanuele Cipriani (fiorentino, titolare dell’agenzia investigativa Polis d’Istinto, fra l’altro amico dei figli di Licio Gelli), tutti istruiti da giovani nel corpo antiterrorismo dei Carabinieri sotto la guida del celeberrimo generale Dalla Chiesa, costituirono nel corso degli anni un controservizio, un polo di potere con cui tutti si dovevano confrontare, creando un oligopolio – in quello che Tavaroli durante la trasmissione di La7, L’Infedele, ha definito un «mercato dell’informazione» – scatenando la comprensibile reazione del giornalista spiato Massimo Mucchetti («ma quale mercato?») – in grado di trattare (si noti: sia per conto pubblico che privato) soltanto informazioni riservate e quindi potenzialmente utilizzabili contro chiunque avesse (o ambisse) a ruoli dirigenziali.

IV. deviazioni aziendali

Dai giornali scandalistici alle forze dell’ordine, nulla rimaneva estraneo al processo di fornitura/eliminazione/gestione di notizie (esistono implicazioni relative sia a calciopoli che a vallettopoli, ma non solo). La gara era trovare informazioni da poter utilizzare per preservare l’azienda, il nucleo, la rete o il potere. In qualche caso era una collaborazione geopolitica, come fu per l’acquisizione di Telecom Brasile, dove si doveva combattere con aziende ancora più spregiudicate (americane) e in cui le armi di battaglia erano tutte quelle possibili. Qua spunta la versione dell’hacker Fabio Ghioni, «dipendente» della Security di Telecom.

(Dal Giornale, 25 luglio 2008, Lagattolla Enrico) «È una guerra tra colossi. È lo scontro tra Marco Tronchetti Provera e i suoi avversari brasiliani Daniel Dantas e Carla Cico. Sul piatto, il controllo di Telecom Brasil. Ed è anche una guerra di bytes. Incursioni informatiche reciproche tra la Kroll, l’agenzia investigativa americana che assisteva la cordata carioca, e il «Tiger team» di Fabio Ghioni, l’hacker di Telecom Italia. “È il gennaio 2004 – mette a verbale Ghioni interrogato dai Pm di Milano -. Nel corso di una riunione, Tavaroli ci informò dell’attività di indagine della Kroll ai danni dell’azienda”. In quell’occasione “ci chiese di approntare una controffensiva che sarebbe stata premiata, a dire di Tavaroli, con un viaggio in Polinesia pagato direttamente dal presidente Tronchetti Provera”. Ma sullo sfondo c’ è anche il denaro. Tangenti che sarebbero servite a ungere gli ingranaggi giusti per aggiudicarsi la partita. “Mi risulta che il dottor Tronchetti fosse a conoscenza sia dell’attacco sia delle modalità”. E “questo mi fu detto da Tavaroli nell’agosto-settembre 2004”. Ghioni, dunque, riferisce ai magistrati una versione di seconda mano, secondo cui Tavaroli suo superiore diretto – gli avrebbe spiegato che “la presidenza riceveva notizie di intelligence destinate ad essere sfruttate nell’ ambito delle trattative” e che “aveva l’assoluta necessità di sapere se tali notizie fossero veritiere nonché nel dettaglio la provenienza e le modalità di acquisizione”. “Io spiegai a Tavaroli – continua Ghioni – come stavamo sottraendo dati alla Kroll. Tavaroli ne parlò al dottor Tronchetti”, al quale avrebbe fornito “la spiegazione sulle modalità di acquisizione dei dati Kroll”. È il tema chiave, quello della conoscenza delle “modalità”: Tronchetti nega, Tavaroli (almeno ai Pm) non conferma. Ghioni riferisce notizie di seconda mano ed è il motivo per cui Tronchetti non viene indagato. Ma l’ hacker, nelle sue confessioni, va oltre: “Una mia mancanza di disponibilità alle richieste illecite provenienti dal management avrebbe comportato per me l’obbligo di dimettermi e di perdere il posto di lavoro”. Ma i bytes non bastano. Ai Pm, infatti, Ghioni racconta una storia di soldi, 007 e tangenti pagate per partecipare alle gare sulle reti telefoniche brasiliane. “Me ne parlò Marco Bonera”, l’ex capo della security latinoamericana di Telecom e ora in un buen retiro in Argentina. “Nel 2004 – mette a verbale Ghioni – quando Bonera era ancora sul posto, Buora (allora ad Telecom, ndr ) arrivò in Brasile scortato da due agenti del Sismi e con al seguito una valigia piena di contanti. Gli agenti segreti, continua, dovevano “servire a passare senza controlli gli spazi doganali in aeroporto. Ad attendere Buora e gli agenti del Sismi c’erano due auto. Buora e Bonera si sistemarono in una di queste collocando la valigia piena di contante nel bagagliaio. Gli agenti Sismi nell’ altra. Dopo essere passati dall’azienda a Rio, Buora e Bonera dovevano dirigersi in albergo o in aeroporto per andare a Brasilia, dove la valigia piena di contanti doveva essere consegnata”. A chi? Ghioni non ricorda. «È probabile – aggiunge – che Bonera mi abbia indicato la persona a cui quei soldi erano destinati, ma ho problemi di memoria e scarsa dimestichezza con i nomi brasiliani”. Ma di denaro ne circola ancora. Sono i soldi affidati a Naji Nahas, il faccendiere di origini libanesi di cui Tronchetti Provera si servì per trovare un accordo con Dantas, e che sarebbero serviti a “corrompere politici per ottenere concessioni a livello locale che servissero a Tim Brasile per l’ esercizio della telefonia”. Le mazzette di Telecom sarebbero, dice Ghioni, andate anche “al capo della polizia postale in Brasile e poi dei servizi di sicurezza per come aveva diretto l’attività della polizia federale contro Dantas e Kroll”, per “ricompensare il personale Telecom” che aveva sottratto il materiale informatico a Kroll e “pagare i componenti dei fondi pensione ‘Previ’, azionisti di Telecom Brasile, perché si schierassero contro Dantas nella disputa che aveva con Telecom”. Un fiume di denaro. Svariati milioni di dollari a cui la Procura di Milano, che ha aperto un fascicolo a parte ipotizzando il reato di corruzione internazionale, sta dando la caccia in silenzio” ».

Sulla vicenda Telecom Brasile, Tavaroli a La7, lunedì 16 settembre, ha ribadito il suo sentimento di «aver sempre operato nell’interesse dell’azienda e – si noti bene – della nazione». Il mix spionaggio-politica-imprese assume contorni sempre meglio delineati. Sbaglia però chi crede sia la solita «roba all’italiana». Le società di sicurezza, creando un mercato della paura, operano in un «mercato» non regolamentato che in realtà è un far west di dimensioni planetarie (come dimostra l’attacco della Kroll alle informazioni di Telecom), incentivato dalle leggi antiterrorismo successive all’11 settembre. Se non è una prerogativa italiana il controllo delle telefonate e l’ottenimento delle informazioni per vie «deviate» (si noti come la storia sia ricca di frange «deviate» dei servizi con ambizioni su larga scala), lo è tuttavia, forse, la commistione tra economia, politica, editoria e chissà che altro che ha coinvolto il «sistema» dell’era Tavaroli in Telecom.

(Da Repubblica, 21 luglio 2008, Giuseppe D’Avanzo) Tavaroli racconta: «In ogni altro paese – Stati Uniti, Inghilterra, Francia – ci sono protocolli che regolano i rapporti tra imprese, sicurezza privata e servizi. Da noi, c’è un vuoto che ciascuno occupa come crede. Nel 1996, aprile, vado in Pirelli. A quel punto le aziende che agiscono sul mercato globale hanno già una sovranità superiore a quella degli Stati. I governi hanno abdicato. L’11 settembre, se riproduce nel mondo una nuova logica bipolare Occidente contro Islam, esalta le potenzialità e il protagonismo delle imprese multinazionali o plurinazionali. Con in più lo straordinario e inedito potere della tecnologia. Cambia di nuovo tutto. Cambiano la cultura e i players dell’informazione. Tutti affidano tutto all’indagine elettronica: tracce elettroniche, carte di credito ecc. ecco che le telecomunicazioni diventano appetite, sempre più strategiche. Le indagini si fanno con le intercettazioni. Di nuovo: difficile dividere lecito e meno lecito. In Francia, la polizia fa le intercettazioni legali; la Direction de la Surveillance du Territoire (Dst) fa quelle illegali. Tutto normale, in Italia no».

Tale commistione assume contorni particolari nella battaglia editoriale fra i quotidiani. Sono coinvolti, come stiamo vedendo, Repubblica con il braccio armato di De Benedetti (che ricordiamo essere stato co-autore della scalata Telecom con Colaninno), Giuseppe D’Avanzo, in avanscoperta a raccogliere le testimonianze dell’imputato all’attacco di Tronchetti Provera: «Tronchetti voleva il Corriere. Poi Pirelli acquista la Telecom. E’ per tutti noi una sorpresa. Forse non tutti sanno che Tronchetti Provera non aveva alcuna intenzione di entrare in Telecom, in realtà. In quel 2001, stava scalando Rcs. Ha sempre avuto una passione non nascosta per il Corriere della Sera che riteneva, e forse ritiene, un’ istituzione essenziale per la democrazia italiana. In quei mesi stava acquisendo posizione e posso credere che si preparasse a lanciare un’offerta pubblica di acquisto. Fu Buora a proporre il dossier Telecom. Tronchetti gli diede fiducia».

Poi c’è Il Corriere della Sera con Luigi Ferrarella a difendere il dirigente Pirelli, con l’ingerenza del direttore Mieli (il quale pranza con Tronchetti una volta a settimana), in una scomoda situazione, considerate le intrusioni effettuate da Tavaroli e Co. nel computer del vicedirettore ad personam di via Solferino, il giornalista economico Massimo Mucchetti, da sempre in prima linea contro la gestione Tronchetti di Telecom. Emblematico è l’editoriale garantista di una firma quale Sergio Romano il giorno della decisione dei tribunali di non indagare Buora e Tronchetti, uscito in contemporanea con il dossier di D’Avanzo su Repubblica. Romano plaude ai magistrati che, per una volta, non avrebbero dato adito all’opinione pubblica di «condannare» preventivamente qualcuno che non era ancora imputato: Marco Tronchetti Provera.

Ma non è estraneo neppure Il Giornale che accusa Repubblica di attaccare quegli stessi magistrati milanesi che aveva sempre, in altri contesti, difeso, mentre Repubblica rovescia l’accusa e la rispedisce al mittente («E voi? Ora difendete i pm milanesi?»). Inoltre è altresì coinvolta la stessa Rcs, in un delicatisssimo rebus, con le intercettazioni all’ex ad Colao, del quale forse Tavaroli agiva nell’intento di una sostituzione; controllate anche una serie di persone ritenute vicine ai rivali brasiliani, come i giornalisti di Libero Fausto Carioti e Davide Giacalone, i consulenti Giannalberto e Pierluigi D’Ecclesia Farace e l’avvocato Francesco Giorgianni. Sono coinvolte poi le istituzioni (Letta, Cossiga, Pollari, Speciale), il mondo economico (Scaroni, Buora, Tronchetti, Geronzi), i servizi segreti (Mancini, Pollari), le agenzie private d’investigazione (Cipriani, la Kroll) e, inevitabilmente, i media, fino a Costanzo e Afef, moglie di colui che i magistrati hanno deciso di non imputare ma che, come brillantemente sottolineato da numerosi commentatori, o è colpevole perché sapeva e dirigeva tali operazioni, oppure perché, ignorandole, si dimostrava inadatto al ruolo che stava svolgendo. Senza dimenticare la giustizia (talpe nei tribunali). Tutto ciò che riguarda Afef, il suo precedente marito (il chiaccheratissimo avvocato Marco Squatriti) e le intercessioni di Maurizio Costanzo è talmente paradossale e, se possibile così vergognosamente ironico, che è da parte di chi scrive preferibile non riportarlo (si vedano comunque le pubblicazioni in merito).

V. lobby di dinosauri

Durante le sue conversazioni con D’Avanzo, Tavaroli non rinuncia tuttavia a fornirci una visione dei metodi e dei contesti in cui avvenivano gli illeciti, senza nascondersi dietro al «così fan tutti» (comunque evidente dalle sue dichiarazioni e da noi credibile senza sforzo alcuno) o dietro a facili rivelazioni (immaginiamo la quantità di fatti che Tavaroli potrebbe rivelare mettendo sulla graticola chissà quanti uomini di potere). Ciò che però rivela lucidamente nel dossier di Repubblica del 20-21 luglio è comunque necessario a comprendere le dinamiche, irrisolte e non ancora di certo terminate, in cui si svolgevano intercettazioni e acquisto informazioni. E pure il loro scopo.

Una descrizione degli aspetti tecnici del proprio mestiere in cui il nodo è lo sbarco di Berlusconi e dei suoi uomini al governo: come poteva nel 2001 Telecom (o la rete Tavaroli) capire le modalità d’azione, i metodi, le ambizioni di persone fino ad allora sconosciute al potere. Non erano più i politici di cui conoscevi la forma, le azioni, gli usi. In poco tempo Tavaroli si rende conto che chi è salito al potere lo ha fatto soltanto per perseguire i propri interessi personali. Come trattare con così spregiudicate volpi? E’ chiara la difficoltà di ricostruire un meccanismo in cui Tronchetti deve mantenere relazioni con i politici, ma non si sa come.

(Da Repubblica, 22 luglio 2008, Giuseppe D’Avanzo) «Le cose, per noi, non stanno per niente messe bene nel 2001, quando Berlusconi e i suoi si insediano a palazzo Chigi. Era al potere una famiglia impenetrabile, gente che è insieme, gomito a gomito, dai banchi di scuola, gente che pensa soltanto agli affari e all’assalto alla diligenza e tutti – dico, tutto l’establishment – sono “fuori asse”. A chi rivolgersi? Come scegliere gli interlocutori “giusti”? E ci sono davvero, in quella compagnia, gli “interlocutori giusti”? Telecom aveva un contenzioso per un centinaio di miliardi di lire con il ministero della Giustizia. Come venirne a capo? Chi era Roberto Castelli? E quel Brancher lì ( era l’“ambasciatore” di Forza Italia presso la Lega di Bossi), che “pesce” era? La verità è che noi in quell’avvio avevamo soltanto pochissimi interlocutori». Tra questi interlocutori c’era Pisanu, come spiega Tavaroli poi nell’unica accusa forte che rilascia nelle sue «confessioni» (oltre alle responsabilità di Tronchetti e Buora) e che riguarda un ipotetico ponte di controllo, una nuova P2.

(Da Repubblica, 21 luglio, Giuseppe D’Avanzo) Tavaroli ammette: «Ripeto: la verità è che noi in quell’avvio avevamo soltanto pochissimi interlocutori. Ad esempio, Pisanu (ministro per l’ attuazione del programma). Vecchia scuola. Formazione politica solida. Interlocutore affidabile. Con lui, Tronchetti filò subito d’ amore e d’accordo. Con gli altri soltanto guai. E i guai toccava a me affrontarli. In quel periodo accade qualcosa che mi fa capire. Accade che dovevamo rivedere gli organici e le responsabilità negli uffici di Roma. Una persona, di cui non voglio dire per il momento il nome, mi sollecita a “salvare”, negli uffici della capitale, la signora Laura Porcu. La cosa mi convince e la Porcu viene “salvata”. Dopo qualche tempo, la Porcu mi chiede se voglio essere messo in contatto con personalità influenti del mondo romano. Accetto. La Porcu organizza un giro delle sette chiese, un’agenda di incontri con Nicolò Pollari, Francesco Cossiga, Paolo Scaroni (Eni), Enzo De Chiara ( uno strano personaggio, finanziere italo-americano, vicino alle amministrazioni Usa, già finito in qualche inchiesta giudiziaria ), Pippo Corigliano (Opus Dei) che a sua volta mi presenta Luigi Bisignani che già aveva chiesto di incontrarmi (se fosse stato siciliano, dopo averlo conosciuto, avrei pensato che fosse un mafioso) e la Margherita Fancello (moglie di Stefano Brusadelli, vicedirettore di Panorama ), che a sua volta mi riportò da Cossiga, Massimo Sarmi (Poste), Giancarlo Elia Valori, il generale Roberto Speciale della Guardia di Finanza. Insomma, dai colloqui, capisco che questi qui sono in squadra. Mi immagino una piramide. Al vertice superiore Berlusconi. Dentro la piramide, l’uno stretto all’altro, a diversi livelli d’influenza, Gianni Letta, Luigi Bisignani, Scaroni, Cossiga, Pollari. E’ il network che, per quel che so, accredita Berlusconi presso l’amministrazione americana. Io non esito a definire questa lobby un network eversivo che agisce senza alcuna trasparenza e controllo. Mi resi conto subito che quella lobby di dinosauri custodiva segreti (gli illeciti del passato e del presente) e li creava. Che quei segreti potevano distruggere la reputazione di chiunque e la vera sicurezza è la reputazione. C’era insomma, tra la Telecom di Tronchetti e quell’area di potere, un disequilibrio informativo che andava affrontato subito e nel miglior modo da noi, riequilibrandolo o addirittura annullandolo con la creazione, a nostra volta, di altri segreti. C’era bisogno di coraggio. Che è proprio la virtù che manca a Marco Tronchetti Provera. Ha il culto di se stesso. Non decide mai. Non se la sentiva di attaccare frontalmente, magari pubblicamente, quel network né voleva “sporcarsi le mani”, cioè entrare nel club pagandone il prezzo in opacità, ma incassandone i vantaggi lobbistici. Non prende posizione. Non si “compromette” né in un senso né nell’altro. Per questo quella “compagnia” lo scarica. Come, lo spiegherò presto. Il fatto è che quando Tronchetti si insedia in Telecom è debole. Debole non per l’indebitamento, come tutti pensano. Ma per il suo isolamento nel mondo politico, economico. Tronchetti non piace alla politica. Ne è distante e questo non è gradito. Non capisce la politica di Roma e questo è un problema. Non piace agli industriali. La Confindustria è guidata da Antonio D’Amato, espressione della media industria, e questo è un altro problema. E’ su questa zona di confine che mi dicono di “ballare”. E io ballo. Me ne ha dato atto, quando mi ha liquidato, anche Tronchetti. Mi ha detto papale papale: Forse le abbiamo chiesto troppo”. E’ vero, mi chiesero molto. Forse troppo».

VI. uomo di competenza

Gli chiesero troppo. Questo è il nodo principale. Cosa succede? Che accade? Chi tira le fila? Ormai abbandonato da Telecom «che gli aveva chiesto troppo», perché Tavaroli non parla più dopo le confessioni lasciate a D’Avanzo? Perché, soprattutto, Tavaroli non ha più parlato di quello che definisce un «network eversivo», una lobby di dinosauri, una piramide? C’è da chiedersi: non è che questo Tavaroli aveva assunto una posizione troppo importante per essere dimenticato dentro a una cella e che persi i suoi agganci in alto, non abbia fatto fatica a trovarne altri con tutto il bagaglio di contatti che l’esperienza gli aveva regalato? Che non abbia un altro futuro questo Tavaroli? Difficile dubitarne. La già citata performance a La7 (in quella che prima era una casa e che poi è divenuta ex-tana del lupo, il canale proprietà del gruppo Telecom post-Tronchetti) ha mostrato un uomo troppo sicuro di sé, che non è inciampato mai. Che ha rivelato, senza rivelare. Che si è tenuto lontano dai temi processuali, adducendo che i processi non si fanno in tv, ovviamente. Un uomo ancora sulla cresta dell’onda, con più interesse a non dire, piuttosto che a dire. Uno che voleva il processo e che ora, molto probabilmente, non lo vuole più. O non ne ha più bisogno. Di certo non un capro espiatorio, una mela marcia senza più appoggi, non un perdente senza più chances. Si tratta di un uomo nato da circostanze precise, in una situazione storica cruciale, un uomo che con la caduta del muro di Berlino capì di dover imparare a monetizzare le proprie «competenze». Facciamo un passo indietro per capire da dove nasce tutto ciò e, soprattutto, per capire la storia del sistema delle security in Italia, raccontata, senza troppi peli sulla lingua, dallo stesso Tavaroli.

(Da Repubblica, 21 luglio 2008, Giuseppe D’Avanzo) «Questo metodo ha, se si vuole, una data d’inizio con la nascita del nucleo speciale di polizia giudiziaria a Torino, un gruppo che non aveva alcuna corrispondenza nell’Arma dei carabinieri. Esisteva soltanto lì a Torino, dove il generale Dalla Chiesa era comandante ( Tavaroli lo chiama sempre il Generale, e sembra di vedere la maiuscola ). E’ nel “nucleo” che nascono l’operazione di Frate Mitra che conduce all’arresto di Renato Curcio o all’arresto di Patrizio Peci. Dunque, vediamo integrati in una sola “piattaforma”, l’Arma dei carabinieri con un suo nucleo speciale, le procure alle prese con un “diritto speciale di polizia”, le attività informative della più grande impresa privata del Paese, la Fiat, e del maggior partito di opposizione, il Pci, presente in modo massiccio nel sindacato e nelle fabbriche. Lo schema è destinato a riprodursi e, con la sconfitta del terrorismo, a deformarsi, a “privatizzarsi”). Diciamo che nella lotta al terrorismo nacque un “sistema” e fu selezionata un’élite di professionisti, che è o è stata al vertice della security delle maggiori imprese italiane. Con i pool di magistrati, operavamo a stretto contatto, avevamo molte responsabilità anche di decisione. Accadde quello che nelle aziende si sarebbe chiamato “accorciamento della catena decisionale”. Gli ufficiali in parte partecipavano e comprendevano l’importanza dell’esperienza, in parte avvertivano di avere meno potere: contavano le competenze e non il grado sulla spalla. Si forma così una generazione di uomini che emerge per il merito, la competenza. Siamo in un periodo di “leadership situazionali”, ovvero di persone che prendono la leadership a seconda delle situazioni e delle circostanze, con grande flessibilità. E’ in questo periodo che si afferma “la dittatura della conoscenza”. Conta chi ha competenza e conoscenza e capacità di analisi. Ecco perché io e Marco Mancini ci affermammo nonostante fossimo soltanto dei sottufficiali: noi avevamo competenza e conoscenza. I generali avevano i gradi, ma né l’una né l’altra. Nel dicembre del 1988, quasi con un colpo di testa – decisi d’istinto, dalla mattina alla sera, appena mi arrivò la proposta – lasciai l’Arma per l’Italtel. Ormai noi dell’Antiterrorismo ci giravamo i pollici. Molti si decisero a riciclare i loro metodi nella lotta alla criminalità organizzata. Non era per me. Io penso che la mafia ti rovini la testa, ti avveleni. Quando mi chiudo alle spalle la porta di casa, voglio poter lasciare fuori anche il pensiero del lavoro. Ma quando hai a che fare con gente che scioglie un bambino nell’acido, come fai a dimenticartelo? Te lo porti a casa, il lavoro. Andai via. Per il mondo della sicurezza privata, quelli, sono anni decisivi. Nel 1989 cade il Muro, implode l’Unione Sovietica. Le ragioni costitutive di una cultura della sicurezza, della sua organizzazione, metodo, visione del mondo vengono meno. Io ho 30 anni e sono consapevole che devo trasformarmi in un uomo di business. Comprendo subito che la sicurezza deve diventare una funzione dell’azienda, non restare – come era allora – un corpo separato dell’impresa. Tra il 1991/1992 nascono business intelligence, market intelligence, competitive intelligence… Un vecchio mondo si frantuma, prestigiosi “salotti” diventano polverosi e inutili. Mondi che prima erano separati da ostacoli, più o meno, invalicabili – o valicabili a prezzo di grandi rischi – entrano in costante comunicazione. A quel punto i servizi segreti che, con il mondo diviso in blocchi, erano monopolisti dell’informazione perdono, nello spazio di un mattino, la loro supremazia. E’ uno scettro che passa nelle mani dell’impresa privata. Italtel, per dire, aveva dopo il 1989 150/200 uomini in Urss e agiva con i governi delle singole repubbliche dell’ex-blocco sovietico mentre il Sismi faticava per infiltrare anche soltanto un uomo oltre le linee. Chi contava di più? Chi poteva avere più informazioni? Queste condizioni creano un nuovo mercato. Comincia lo scambio delle figurine tra security private e servizi segreti. La parola d’ordine convenuta è “diamoci una mano”. E’ una collaborazione che cresce, si allarga e sviluppa senza uno straccio di protocollo, senza rendere trasparente e condiviso che cosa è lecito, che cosa non lo è».

In un paese che annovera nel passato qualcosa come la P2 e in cui il figlio di Licio Gelli, alle Iene, proprio non resiste a non rivelare l’esistenza attuale e il potere di nuove logge di stampo piduista, è davvero interessante scoprire che, «senza lo straccio di un protocollo», la difesa dello Stato è affidata alle imprese private e che, negli ultimi anni è gravitata attorno a Telecom: da cose serissime, come gli scandali bancari o il caso Abu Omar, fino ad indagini più «frivole» (si permetta il termine) come calciopoli e vallettopoli, parecchie sono state le vicende che hanno rovinato tante persone, e nemmeno punite altre. Come credere quindi a tutti quegli scandali se operati per perseguire interessi privati, eliminando rivali, distruggendo reputazioni? Che dietro ai colpevoli ci fossero altri probabilmente ancora più colpevoli?

VII. cane sciolto

La risposta a tutte le domande e enigmi rimasti è lasciata a chi legge. Ma prima di concludere (amaramente, ma senza stupore perché non avremo mai la verità con un processo a forte rischio prescrizione) è doveroso riportare (quasi) interamente la difesa di Tronchetti Provera, il quale, alla luce del funzionamento del sistema fin qui descritto, sarebbe, a ragion di logica, il sospettato numero uno, il responsabile, la mente e il mandante non soltanto delle azioni svolte per Telecom, ma anche di quelle avviate per lo Stato, al di là di una appurata autonomia della pedina Tavaroli. Ed è proprio questa fondamentale gestione dello spionaggio ad aver, probabilmente, determinato un conflitto che ha portato la vicenda in tribunale e sulle pagine dei giornali, rivelando all’opinione pubblica qualcosa che tutti avrebbero con piacere evitato, qualcosa di spiacevole, difficilmente giustificabile e, di fatto, capace di far cadere scandali su chiunque. Per questo stupisce l’improvviso ritrovato e gagliardo silenzio di Tavaroli. Mentre Tronchetti si difende con affermazioni che ci lasciano pensare «che chiunque di passaggio possa sedere sul ponte di comando di un gruppo come Telecom».

(Dal Corriere della Sera, 24 luglio, Luigi Ferrarella) «“Nel suo ambiente Tavaroli godeva della massima fiducia, ma “quello di cui mi sono reso conto è che all’esterno Tavaroli ha venduto il mio nome, e molto. Lui ha venduto un rapporto con me che non esisteva e non è mai esistito”. Adesso Marco Tronchetti Provera la pensa così: “Che si tratti di Moggi, si tratti di mio cognato piuttosto che di Oak Fund (la vicenda del fondo «Quercia» attribuito da Tavaroli ai vertici dei Ds, nonostante le smentite di Ruggero Magnoni, che lo creò per la scalata Olivetti assieme a Roberto Colaninno, ndr), mi sembra che il suo modo di muoversi sia sempre lo stesso: appena gli viene all’orecchio un tema (non: gli viene dato un incarico) attiva tutta la sua rete”, e “attiva tutta una macchina spropositata che si muove in una maniera non assolutamente nell’interesse dell’azienda o richiesta dall’azienda… C’era sempre questa macchina che sembrava dovesse essere alimentata da qualche cosa o che dovesse accogliere qualcosa per altri scopi. Cioè in tutte le vicende c’è sempre un’esasperazione di un ruolo che la Security» di Tavaroli «non ha e nessuno le aveva dato, e che l’azienda non richiede”. Ma Tronchetti, non indagato come persona fisica ma alla guida in quegli anni delle due società Telecom e Pirelli che invece sono indagate come persone giuridiche per non aver saputo impedire le corruzioni di uomini delle forze dell’ordine praticate dalla divisione Security attingendo dal 1997 al dicembre 2004 a 34 milioni di euro del gruppo, è in condizione di poter esprimere la propria irritazione? A tratti, nelle 150 pagine di trascrizione del suo verbale, per come descrive la non conoscenza di quanto avveniva sotto di lui, può sembrare che chiunque di passaggio possa sedere sul ponte di comando di un gruppo come Telecom: sensazione che si ripete ogni volta che i pm gli chiedono lumi sulle operazioni che, svolte da Tavaroli, sembrano avere uno stretto nesso con l’interesse aziendale e fanno immaginare almeno un input aziendale. Delle operazioni Filtro e Scanning che hanno violato i dati personali di migliaia di lavoratori o aspiranti assunti, “non so assolutamente nulla, non ho mai chiesto alcun controllo sui dipendenti, mai nella vita mia: quando l’ho letto, mi ha messo impressione”. E i report che la Security preparava su politici e imprenditori, asseritamente a beneficio di Tronchetti quando questi doveva incontrarle? “Mai dato input di questo genere, non avevo certo bisogno dei report di Tavaroli per sapere chi incontravo”. Piuttosto, “Tavaroli mi ha usato molto, sostiene riferendosi in particolare a due colazioni combinategli da Tavaroli con Bossi (dopo la presentazione di Aldo Brancher allo stadio) e con D’Alema: “Ecco, queste cose che lui faceva… il pranzo con D’Alema (dicendo “che ne aveva parlato con Lucia Annunziata ed era opportuno lo vedessi”), “piuttosto che questa cosa con Brancher-Bossi, erano dei metodi suoi per accreditare se stesso: questa è la mia visione di oggi, perché erano tutte cose che potevo fare con la mia segreteria e nessuno avrebbe rifiutato di incontrarmi. Però, fa notare il pm Napoleone, a leggere alcuni dei dossier con informazioni “procurate impiegando risorse della società, la cosa che più viene in mente è un uso ricattatorio o comunque di pressione». «Io posso dire di non aver mai avuto una informazione interessante da Tavaroli… Le mezze frasi che lui può avermi dato su ambienti favorevoli o contrari le consideravo chiacchere di un mondo diverso nel quale Tavaroli viveva per professione, le chiacchere con qualche giornalista di giudiziaria o con qualche amico suo… frasi molto brevi, buttate lì, cose molto frammentarie”. E comunque, rivendica Tronchetti, se dossier ci sono stati, “mai su mio mandato, mai su richiesta mia, mai perché avevo bisogno di informazioni da Tavaroli su politici, industriali, uomini della stampa. Zero”. Eppure i dossier, come quello su Carlo De Benedetti, ci sono. “Qualcuno faceva le fatture, qualcun altro pagava, e loro si procuravano tante carte che gli servivano per gli scopi loro”. Loro. Cioè Tavaroli i suoi. Ma “non c’è un carta dei dossier che loro hanno prodotto che sia arrivata sui tavoli dell’azienda, ma soprattutto non ce n’è una che sia stata utilizzata: quindi non c’ è la richiesta, non c’è la visione della documentazione, non c’è l’uso”. E lo stesso varrebbe per le “analisi sui rischi dei vari Paesi”, profumatamente pagati alla Security che in realtà sotto questa etichetta retribuiva chi per essa svolgeva le attività illecite. E qui, però, c’è uno dei punti più delicati per Tronchetti. Se tutto questo materiale non era ordinato né utilizzato dall’azienda e neppure le era noto, com’è che per anni è stato pagato con 34 milioni di euro dell’azienda? Io non ne ho nessuna idea, non avevo nessuna visibilità su questo tipo di spese, neanche sul budget della Security di Telecom (50-60 milioni di euro l’anno sul budget di spesa di Telecom che è di 12-13 miliardi l’anno), e tanto meno sui numeri dei singoli incarichi, che erano una frazione di una frazione”».

VIII. e poi ci chiamano complottisti…

È ora di fermarsi, nonostante sia difficile smettere dopo aver messo così tanta carne al fuoco: tutti sono liberi di credere alla ricostruzione dei fatti di Tronchetti Provera, secondo la quale il solo e unico colpevole sarebbe Tavaroli. Una versione in cui non ci sono né amici, né nemici e in cui Tronchetti è semplicemente scavalcato, all’oscuro di tutto. «L’affaire Telecom è stato dunque, secondo quest’interpretazione, soltanto un bluff mediatico-giudiziario utilizzato (o, per alcuni avventurosi osservatori, organizzato) da circoli politici per sottrarre al “povero” Tronchetti la società di telecomunicazioni» attacca ancora D’Avanzo. Comunque, tuttavia, ormai appurati sistemi criminali come la rete di Tavaroli, non stupirebbe neppure che, davvero, questi «circoli» di cui parla Tronchetti, alla fine, l’abbiano semplicemente fatto fuori. Perché al potere bisogna anche saperci restare. Specialmente se il sistema è realmente siffatto, così profondamente corrotto, colluso e anarchico, nonostante si voglia far credere il contrario. Ma prima di mettere definitivamente la parola «fine» su questo prolisso articolo ecco due vicende, tra le tante, né più né meno rilevanti delle altre, ma utilissime per capire di che sistemi, di quali incontri, di quali amicizie, noi comuni mortali rimaniamo all’oscuro. E poi ci chiamano complottisti.

Per esempio: (Dal Corriere della Sera, 3 agosto 2008, Luigi Ferrarella) «“Ci sono audizioni di testimoni, agli atti dell’inchiesta sulla Security di Telecom, che non disvelano reati, ma restituiscono un clima. Quella di Filippo Maria Grasso, ex ufficiale dei carabinieri poi in Telecom grazie a un “contatto con Giuliano Tavaroli mediato dall’ingegner Corigliano, amico di famiglia e portavoce dell’Opus Dei”, è tra queste. Nel 2003-2005 curava “i rapporti amministrativi con istituzioni pubbliche” come le varie forze di polizia: “Quando Tavaroli veniva a Roma settimanalmente, incontrava molte persone” come “la signora Fancello, il dottor Bove, Mancini (ex n.3 del Sismi; ndr). La signora Fancello si occupava di intrattenere rapporti con la “politica”, palesando spesso ottimi contatti con l’on. Pomicino e il senatore Cossiga. Conosceva molto bene l’oggi prefetto Pansa. Quando Tavaroli incontrava la Fancello, chiedeva espressamente a me e al suo autista di allontanarci, perché preferivano rimanere da soli».

Oppure guardiamo chi incontrava in carcere Tavaroli: «l’ergastolano mafioso Emanuele Radosta, “soggetto di elevata pericolosità appartenente a Cosa Nostra nella consorteria di Villafranca Sicilia, in espiazione pena per l’omicidio nel 1996 del commerciante di arance Calogero Tramuta e nel 1992 di Giuseppe Borsellino”, imprenditore del calcestruzzo che aveva cercato da solo gli assassini del figlio Paolo ribellatosi al racket», detenuto nel carcere «dove in teoria avrebbe dovuto essere in isolamento. E dove, sempre in teoria, avrebbe dovuto essere sottoposto ad “alta sorveglianza” (tanto più dopo l’evasione dal carcere di Bergamo il 15 ottobre 2004 insieme all’altoatesino Max Leitner). E invece, quella sera un ispettore penitenziario aprì la cella dell’uno, aprì la cella dell’altro, li accompagnò nella stanza dell’assente dirigente sanitario, li fece parlare a lungo nella stanza chiusa a chiave, e poi li riaccompagnò in cella. Tutto senza che ne restasse traccia sui registri ufficiali del carcere. Un “giallo” su cui ora indaga la Procura di Voghera. E sul quale Tavaroli ha dato questa spiegazione: bisogno di ‘socialità’».

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