Perché non utilizzare i propri privilegi informativi che non si traducono in una pubblicazione e lasciarli marcire in un polveroso documento word? Tutti a bordo, quindi, per scoprire l’ultimo lavoro di una band britannica, nota a tutti ma non da tutti amata.
Il gruppo in questione viene da Burnage, uno dei quartieri proletari della Manchester operaia; dal cuore cioè di quella working class inglese, incredibile focina di talenti musicali, passati in breve tempo dalla microcriminalità adolescenziale ai palcoscenici del mondo intero. Tra questi «redenti per merito del rock’n’roll» spiccano gli Oasis, la band dei fratelli Gallagher che ha appena pubblicato l’ultimo lavoro Dig out your soul.
Quando si parla o si sente parlare degli Oasis è facile imbattersi in commenti nostalgici, in ascoltatori traditi, ormai convinti che dal gruppo non si possa più ottenere alcuna emozione. Il successo di What’s the story (Morning glory)?, e prima ancora di Definitely Maybe, ha pesato sulla carriera degli Oasis come un macigno. «Si proclamavano come la più grande rock band dai tempi dei Beatles, però non sono riusciti più a comporre capolavori come Wonderwall e Live Forever», è il pensiero dominante tra gli appassionati.
Tuttavia c’erano anche altri seguaci, anch’essi meritevoli di essere rispettati. Quelli per cui le Wonderwall e le Don’t Look Back in Anger non si potevano più sentire, quelli innamorati di altre canzoni. Quelli per cui Slide Away, Supersonic, Bring It On Down, Hello, Morning Glory e Champagne Supernova sono magie fuori dal tempo. Per loro Be Here Now (il terzo lavoro degli Oasis) rimane un grande album, l’apice della band. Invece, incompreso dai più, Be Here Now è stato a più riprese criticato, anche dallo stesso Noel, il compositore dei brani: «È un album che non mi piace – spiega –, però chi sono io per giudicarlo?». Giusto. Infatti, pur se composto in un periodo di faticose vacanze sotto l’effetto di droghe psichedeliche, quel cd sprigionava una forza rock inimitabile. Canzoni come Fade In-Out, My Big Mouth e D’You Know What I Mean? restano tuttora tra le migliori in assoluto della band, con le loro slide guitar (special guest Johnny Depp), i riff e gli assoli sovrapposti per un sound potente, anche se grezzo e confuso.
Ma la critica e il pubblico reagirono male. Non piacque quell’album. Non bastavano nemmeno i lentoni commerciali come Stand by Me e Don’t Go Away a influenzarne il giudizio. Per questa ragione, da allora, gli Oasis cambiarono. Decisero che il flop di Be Here Now doveva far cambiare rotta alla band, dimenticando tutta una schiera di fedeli seguaci. Ecco quindi giungere il produttore Mike «Spike» Stent (Madonna, Massive Attack, Bjork) a cercare di razionalizzare questo suono sporco, infarcendolo sì ancora di psichedelia, ma questa volta con un uso dell’elettronica più mirato e preciso. Se il sound è al top, in Standing on the Shoulder of Giants, è la composizione a risentire, nonostante la ricercatezza delle atmosfere. Ecco però che spunta la prima canzone di Liam (il cantante) per il figlio avuto dall’attrice Patsy Kensit (Little James) e che cambiano due quinti della band, in un album che spicca più per i suoi testi di una semplicità imbarazzante («I can see a liar sitting by the fire» o «You play with your toys even know they make noise») che non per le melodie. Un album interlocutorio, apprezzato più con il tempo che non nell’immediato, con una sola grande canzone: Gas Panic!.
Il quinto album, Heathen Chemistry, segna un altro cambiamento nella band. Si torna al suono pop e, con i nuovi innesti, ormai tutti partecipano alla composizione, non più il solo Noel. Gli Oasis hanno sì perso molta della loro forza creatrice, ma almeno tornano ad essere una vera band, soprattutto dal vivo. E inoltre i cinque riescono a sfornare comunque qualche chicca come Born on a Different Cloud o The Hindu Times, pur in mezzo a tanta mediocrità. Mediocrità acuita ma ben strutturata che si ripropone nel sesto album (Don’t Believe the Truth), l’album della presa di coscienza da parte della band di aver un proprio stile da affinare. Si torna al rock’n’roll, puro, semplice, energetico e scarno. Ma nonostante le vendite lo premino l’album resta un po’ molle con canzoni da eliminare per sempre come Let There Be Love.
Per i Gallaghers odierni tutto ciò non si tratta che di un percorso: «Adesso siamo arrivati dove volevamo» dicono. Con «adesso» intendono oggi, con Dig Out Your Soul, il loro settimo lavoro. Un album travolgente, che ricompatta i giudizi difformi da parte dei fan e che ripropone parte della forza compositiva dei primi tre album, l’elettronica psichedelica di Standing on the Shoulder of Giants e la pulizia del rock di Don’t Believe the Truth, dovuta in particolare alla grandezza del nuovo batterista Zed Starkey, fenomeno altrimenti noto come il figlio di Ringo. Dig Out Your Soul rimette in corsa gli Oasis, dopo anni. Li ripropone come sintesi delle anime dei loro fan e li fa gridare al capolavoro: «Tornerei subito in studio» ha confessato Liam.
Finite le lagne di Noel (come She is Love, Little by Little, The Importance of Being Idle, Mucky Fingers), torna una suo grande pezzo, Falling Down. Liam compone la sua più bella canzone Soldier On e finalmente il suono si mischia alla composizione.
Se ora gli Oasis vorrano fare tombola, dovranno ripartire da questo album e riscoprire le follie di Be Here Now. E ritrovare inoltre quella vena da B-side (si veda la raccolta The Masterplan) che li aveva caratterizzati. Perché se fin qui abbiamo parlato della band senza citarne le intemperanze, le liti e le scissioni, non si può però, parlando di musica, tralasciare una delle peculiarità più significative del gruppo di Manchester: quella delle canzoni minori, i cosiddetti lati B, pezzi spesso incredibili (Headshrinker, Rockin’Chair, Acquiesce, Underneath the Sky, My Sister Lover, Flashbax, Eyeball Tickler e le cover di My Generation degli Who, di Street Fighting Man dei Rolling, o Helter Skelter e I Am the Walrus dei Beatles o, infine, Hey Hey My My di Neil Young), relegati a fare da spalla ai singoli dei grandi successi.
Perché, nonostante gli abbracci di Liam al sottoscritto durante la conferenza stampa all’Hollywood, bisogna pur dire che a questi Oasis manca ancora qualcosa per riconquistarci. E il vero appassionato non perdona, oppure perdona, come in questo caso, ma si attende, anche per il futuro, sempre il massimo. «He wants more», cioè, in pieno stile Oasis. Uno stile fatto di ritmo, energia, eccitazione, movimento, sempre alla ricerca di «to be where there’s life». Condannati a stupire.