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-tenere il palco-

InMusica su gennaio 27, 2010 a 10:34 pm

Mezz’ora di ritardo, poi pronti via: venticinque minuti ininterrotti di sound potente, misterioso, maturo, a precedere la prima pausa, una delle poche. Humbug è stato l’album della svolta per gli Arctic Monkeys, ieri sera sul palco di un PalaSharp esaurito per ripercorrere le tappe della loro breve carriera.

Poche parole, pochissime, ma tanta musica. Continua, intensa, ipnotica. L’abusata frase «tengono la scena» è verissima per Alex Turner e compagni, senza inutili movimenti, balli, balletti e scenette alla Bono Vox. «Questi qua sono diventati bravi», è il pensiero che vibra all’unisono al palazzetto di Lampugnano, «ma bravi veramente». Il rock cola dalle pareti, oscuro e martellante; la scena è semplice ed elegante, d’ispirazione sixties ma molto noughties. Lunghi schermi verticali ai due lati, ciascuno diviso in tre a mostrare pianisequenza della band, giocando sulle luci sempre tinta unita o rosse o gialle o verdi, blu, viola e arancioni, che cambiano e disegnano alla perfezione l’atmosfera carica, pregna, decisa. Poche pause, quasi una traccia unica, e il concerto scorre via pulito, essenziale, fino alla fine: davvero un grande show, il cui emblematico simbolo è l’unica cover, ma di qualità,  la splendida Red Right Hand di Nick Cave.

Non è facile scrollarsi di dosso l’etichetta di band adolescienziale, progettata a tavolino, invidiata da tutte le rock band per aver zompato a piè pari la gavetta e aver subito raggiunto il successo planetario, già prima di aver pubblicato il primo Whatever people say I am, that’s what I’m not. Anche perché vera, gli Arctic hanno sempre avuto un retrogusto fake. In effetti i primi due album, per quanto interessanti, rimangono a uno stadio artistico embrionale. Humbug, invece, prodotto per gran parte da Josh Homme, frontman dei Queen of the Stone Age e, prima ancora, dei Kyuss, sembra essere l’inizio di qualcosa di importante. Homme li ha portati nel deserto californiano del Mojave a liberare la loro energia creatrice, definendoli musicisti in partenza per un lungo viaggio. Quello della loro carriera.

Se questi sono i primi segnali, sono convincenti. Il concerto vola via, tanto da sembrare addirittura corto. E questo è un pregio, come in un bar quando il non accorgersi della musica in sottofondo è sintomo di qualità del disco che gira sotto il bancone. Onore al merito, quindi, per la band di Sheffield, che ha voglia di suonare, di creare, di crescere. Cosa rara di questi tempi, basti pensare ai ben più famosi Coldplay, ai quali non è servito nemmeno Brian Eno per cambiare qualcosa del proprio ripetitivo e stantio sound, se non nelle giacche patchwork di Chris Martin. Invece sobri, in nero, capelli lunghi sugli occhi. Non è un punto di arrivo Humbug, ma un punto di partenza, e gli Arctic Monkeys, nonostante un pubblico da biberon, lo sanno meglio di tutti. In molti, ieri sera, si sono persi qualcosa.

ps. nemmeno stavolta manca il video scemo: qua il batterista e voce matt helders a casa di p. diddy. whatever.

-la lezione dei massive attack-

InMusica, Società su novembre 9, 2009 a 12:19 pm

«Fate sentire la vostra voce». Abusato slogan della controinformazione, questo incitamento suona oggi come un’arma a doppio taglio, utilizzata persino dai mass media per aumentare informazioni sul proprio pubblico.

Tra quelli che hanno capito questo duplice e ambiguo meccanismo (per cui i motti rivoluzionari diventano strumenti di aggregazione e controllo) ci sono i Massive Attack.  In scena al Palasharp di Milano, sabato 7 novembre scorso, il gruppo di Bristol ha trovato il modo di far riflettere gli spettatori.

Sulle note di Inertia Creeps (una delle più famose tracce della band), un turbinoso susseguirsi di tipiche frasi da sondaggio televisivo ha iniziato a scorrere d’un tratto su di un grosso display: «Fate sentire la vostra voce»; «Il vostro voto conta»; «La tua chiamata è importante». Le stesse parole che si potrebbero leggere, colmi di speranza, in una qualsiasi delle tribù nate spontaneamente su internet per difendere le idee, i diritti o la libertà degli individui. Ma quando sullo schermo scorre il testo «Questa chiamata potrebbe essere registrata», le euforie scemano di colpo, subentra il timore di essere spiati e ci si chiede il perché di tale preoccupazione.

Con la metafora del controllo da televoto da reality, in realtà i Massive Attack criticano una legge britannica grazie alla quale il governo inglese avrebbe installato centinaia di telecamere all’interno di abitazioni private, senza ottenere risultato alcuno («1.000 telecamere a circuito chiuso per un solo caso risolto, ammette la Polizia»).

While relay cameras monitor me, cantano infatti i Massive in un passaggio di Group Four. Un pezzo in cui, come in tutto l’album Mezzanine, riescono a farci piombare in un’ipnotica realtà dove alienazione, controllo e paranoia arrivano al loro apice, in pieno stile Philip K. Dick.

In realtà, sul palco milanese hanno toccato un argomento sociologico ben più profondo delle noiose manie di stagione in difesa della privacy. Se si pensa di poter cambiare la società «dal basso», forse bisogna prima fare i conti con chi «dall’alto» convince il prossimo a fare qualcosa che può sembrare un semplice esercizio di democrazia, ma che invece nasconde altre armi coercitive.

Iniziare un blog, criticandone la sua essenza primaria (e il «Fate sentire la vostra voce»), non è casuale né folle. Molte frasi a effetto come «Potere alle persone», «Rivoluzione dal basso» o «L’unione fa la forza», sono infatti spesso controproducenti. O perché rimandano a un linguaggio lontano, quasi evocativo di antichi fantasmi e sconfitte. O, più semplicemente, perché stonano con una vita quotidiana in cui, oggi come ieri, il potere è in mani lontane da quelle in cui si vorrebbe far credere che sia.

Sono invece efficaci le incitazioni della band di Bristol, che stupisce il pubblico milanese per la consapevolezza delle dinamiche politico sociali dell’attualità nostrana. Chiedono «Verità e giustizia» per Stefano Cucchi,  il ragazzo arrestato per spaccio e misteriosamente deceduto in caserma. Invitano a resistere. Propongono «corsi di onestà per politici e funzionari pubblici» contro la corruzione. Ricordano che sono «all’esame dell’Onu i respingimenti e le discriminazioni» italiane in tema d’immigrazione.

Poi accusano Berlusconi: «Il Parlamento attende verità, dieci domande», «David Mills fu corrotto per salvare il premier». E, infine, attaccano lo showbiz che tanto affascina il Belpaese: «Finalmente George bacia Elisabetta»; «Facchinetti: voglio fare sesso con la Gelmini»; «Garrone ci ripensa: no al film su Corona» (per il suo film Gomorra, i Massive hanno scritto un brano dal titolo Herculaneum); «Belen Rodriguez: madrina del tartufo».

Non rinunciano alla mobilitazione, alla presa di responsabilità, alla reazione, ma il loro messaggio è libero da facili illusioni. Senza la retorica democratica del «tutto è possibile» da cui veniamo bersagliati ogni giorno.  Ed è qua riconoscibile l’impronta di Robert Del Naja (in arte 3d, ), eclettico musicista classe 1965, nato nel sound system The Wild Bunch, filopartenopeo (tifoso del Napoli e amico della band Almamegretta), che parla italiano e che, più di molti suoi colleghi, incarna l’ideale dell’«artista militante». Dopo i primi album (Blue Lines e Protection), ha preso in mano la band, tralasciando i reprise degli esordi (vedi le tastiere fusion di Billy Cobham in Stratus/Safe from Harm), per affinare un sound sempre più cupo ed elettronico (Mezzanine, The 100th Window), forse meno colto ma coinvolgente quasi diventasse musica trance.

Ora i Massive Attack sono in tour, per promuovere l’Ep Splitting the Atom, appena uscito, e per lanciare il nuovo album, atteso nel 2010. Certo è che chi li conosce non si è stupito, sabato, dello show «politico». Conclusosi su Karmacoma con, sullo sfondo, un eloquente messaggio: «Gli innocenti non hanno nulla da temere».

-essere qui ora-

InMusica su settembre 25, 2008 a 10:56 pm

Perché non utilizzare i propri privilegi informativi che non si traducono in una pubblicazione e lasciarli marcire in un polveroso documento word? Tutti a bordo, quindi, per scoprire l’ultimo lavoro di una band britannica, nota a tutti ma non da tutti amata.

Il gruppo in questione viene da Burnage, uno dei quartieri proletari della Manchester operaia; dal cuore cioè di quella working class inglese, incredibile focina di talenti musicali, passati in breve tempo dalla microcriminalità adolescenziale ai palcoscenici del mondo intero. Tra questi «redenti per merito del rock’n’roll» spiccano gli Oasis, la band dei fratelli Gallagher che ha appena pubblicato l’ultimo lavoro Dig out your soul.

Quando si parla o si sente parlare degli Oasis è facile imbattersi in commenti nostalgici, in ascoltatori traditi, ormai convinti che dal gruppo non si possa più ottenere alcuna emozione. Il successo di What’s the story (Morning glory)?, e prima ancora di Definitely Maybe, ha pesato sulla carriera degli Oasis come un macigno. «Si proclamavano come la più grande rock band dai tempi dei Beatles, però non sono riusciti più a comporre capolavori come Wonderwall e Live Forever», è il pensiero dominante tra gli appassionati.

Tuttavia c’erano anche altri seguaci, anch’essi meritevoli di essere rispettati. Quelli per cui le Wonderwall e le Don’t Look Back in Anger non si potevano più sentire, quelli innamorati di altre canzoni. Quelli per cui Slide Away, Supersonic, Bring It On Down, Hello, Morning Glory e Champagne Supernova sono magie fuori dal tempo. Per loro Be Here Now (il terzo lavoro degli Oasis) rimane un grande album, l’apice della band. Invece, incompreso dai più, Be Here Now è stato a più riprese criticato, anche dallo stesso Noel, il compositore dei brani: «È un album che non mi piace – spiega –, però chi sono io per giudicarlo?». Giusto. Infatti, pur se composto in un periodo di faticose vacanze sotto l’effetto di droghe psichedeliche, quel cd sprigionava una forza rock inimitabile. Canzoni come Fade In-Out, My Big Mouth e D’You Know What I Mean? restano tuttora tra le migliori in assoluto della band, con le loro slide guitar (special guest Johnny Depp), i riff e gli assoli sovrapposti per un sound potente, anche se grezzo e confuso.

Ma la critica e il pubblico reagirono male. Non piacque quell’album. Non bastavano nemmeno i lentoni commerciali come Stand by Me e Don’t Go Away a influenzarne il giudizio. Per questa ragione, da allora, gli Oasis cambiarono. Decisero che il flop di Be Here Now doveva far cambiare rotta alla band, dimenticando tutta una schiera di fedeli seguaci. Ecco quindi giungere il produttore Mike «Spike» Stent (Madonna, Massive Attack, Bjork) a cercare di razionalizzare questo suono sporco, infarcendolo sì ancora di psichedelia, ma questa volta con un uso dell’elettronica più mirato e preciso. Se il sound è al top, in Standing on the Shoulder of Giants, è la composizione a risentire, nonostante la ricercatezza delle atmosfere. Ecco però che spunta la prima canzone di Liam (il cantante) per il figlio avuto dall’attrice Patsy Kensit (Little James) e che cambiano due quinti della band, in un album che spicca più per i suoi testi di una semplicità imbarazzante («I can see a liar sitting by the fire» o «You play with your toys even know they make noise») che non per le melodie. Un album interlocutorio, apprezzato più con il tempo che non nell’immediato, con una sola grande canzone: Gas Panic!.

Il quinto album, Heathen Chemistry, segna un altro cambiamento nella band. Si torna al suono pop e, con i nuovi innesti, ormai tutti partecipano alla composizione, non più il solo Noel. Gli Oasis hanno sì perso molta della loro forza creatrice, ma almeno tornano ad essere una vera band, soprattutto dal vivo. E inoltre i cinque riescono a sfornare comunque qualche chicca come Born on a Different Cloud o The Hindu Times, pur in mezzo a tanta mediocrità. Mediocrità acuita ma ben strutturata che si ripropone nel sesto album (Don’t Believe the Truth), l’album della presa di coscienza da parte della band di aver un proprio stile da affinare. Si torna al rock’n’roll, puro, semplice, energetico e scarno. Ma nonostante le vendite lo premino l’album resta un po’ molle con canzoni da eliminare per sempre come Let There Be Love.

Per i Gallaghers odierni tutto ciò non si tratta che di un percorso: «Adesso siamo arrivati dove volevamo» dicono. Con «adesso» intendono oggi, con Dig Out Your Soul, il loro settimo lavoro. Un album travolgente, che ricompatta i giudizi difformi da parte dei fan e che ripropone parte della forza compositiva dei primi tre album, l’elettronica psichedelica di Standing on the Shoulder of Giants e la pulizia del rock di Don’t Believe the Truth, dovuta in particolare alla grandezza del nuovo batterista Zed Starkey, fenomeno altrimenti noto come il figlio di Ringo. Dig Out Your Soul rimette in corsa gli Oasis, dopo anni. Li ripropone come sintesi delle anime dei loro fan e li fa gridare al capolavoro: «Tornerei subito in studio» ha confessato Liam.
Finite le lagne di Noel (come She is Love, Little by Little, The Importance of Being Idle, Mucky Fingers), torna una suo grande pezzo, Falling Down. Liam compone la sua più bella canzone Soldier On e finalmente il suono si mischia alla composizione.

Se ora gli Oasis vorrano fare tombola, dovranno ripartire da questo album e riscoprire le follie di Be Here Now. E ritrovare inoltre quella vena da B-side (si veda la raccolta The Masterplan) che li aveva caratterizzati. Perché se fin qui abbiamo parlato della band senza citarne le intemperanze, le liti e le scissioni, non si può però, parlando di musica, tralasciare una delle peculiarità più significative del gruppo di Manchester: quella delle canzoni minori, i cosiddetti lati B, pezzi spesso incredibili (Headshrinker, Rockin’Chair, Acquiesce, Underneath the Sky, My Sister Lover, Flashbax, Eyeball Tickler e le cover di My Generation degli Who, di Street Fighting Man dei Rolling, o Helter Skelter e I Am the Walrus dei Beatles o, infine, Hey Hey My My di Neil Young), relegati a fare da spalla ai singoli dei grandi successi.

Perché, nonostante gli abbracci di Liam al sottoscritto durante la conferenza stampa all’Hollywood, bisogna pur dire che a questi Oasis manca ancora qualcosa per riconquistarci. E il vero appassionato non perdona, oppure perdona, come in questo caso, ma si attende, anche per il futuro, sempre il massimo. «He wants more», cioè, in pieno stile Oasis. Uno stile fatto di ritmo, energia, eccitazione, movimento, sempre alla ricerca di «to be where there’s life». Condannati a stupire.

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