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-sorseggiando sauterne sulla transiberiana-

InUncategorized su ottobre 25, 2010 a 12:29 am

Ah, facebook, l’amico-nemico dei più, teatro della sociability contemporanea, altare del riallacciamento dei contatti, anticamera del voyeurismo morboso, piedistallo della conturbanza narcisa, stampella maldestra del giuoco del corteggiamento, gamba de’ legno der cucco sfrenato.

Eh sì, proprio facebook. Condiviso e approvato salotto della mondanità moderna e luogo non-luogo ideale per turbare il prossimo in infinite maniere: sfrontati status, ignobili commenti, indecenti poke, patetici like, deplorevoli e irrivelabili messaggi privati. Perdìo, almeno nel mondo virtuale cerchiamo di essere Cavalieri…

Ed è proprio per cavalleria con la C maiuscola che, allora, eleggiamo Lui a nostro avatar esemplificatore, dato che lui, a suo dire, è amico di tutti. Sì, lui, il solito (non) cavaliere, silvio-milvio berlusconi. Chi meglio di lui può infatti pareggiare l’astio che provocano certe interazioni da commuity, così irritanti che talvolta è difficile controllarsi dall’irresistibile voglia di disattivare il proprio profilo.

Perché il nostro avventuriero avatar silvio non si ferma mai: Silvio is… back in milano; is… fifth avenue; … alle falde del Kilimangiaro; sui bianchi scogli di Dover. A Malindi, nel Caucaso o in groppa a un cammello nel deserto. Oppure a Brighton in sella a una lambretta o magari con un wedge in mano alla 18 di Pebble Beach. Sul versante occidentale del Cerro Torre; ospite di sconosciute rockstar negli studi di Abbey Road; attivo tra gli arancioni d’Ucraina; ubiquo, dall’Old Trafford alle Scuderie del Quirinale.

Tra tutti gli esternamenti feisbucchiani, infatti, i più indigesti sono di gran lunga quelli filo-geografici, quelli da discoverychannel. Con il wall che viene investito da un violento tsunami ostentativo della propria mobilità cosmopolita e dei propri esotici espostamenti, tra modernissimi aeroporti malesi e improbabili scali mediterranei. Talvolta pure in lingua camminando à Paris; flying to London; enjoying his cocktail in Amorgòs; in coda per il Berghain; tra i fumi di Christiania». «Silvio is newyorkin’», «hongkong expressing», «dubaiing», «darjeeling» eppoi filicudi, ginostra e belzebù. E bla bla bla, sorseggiando sauterne sulla fottutissima transiberiana.

Porco il bovino: tu sì che te la spassi, tra un mojitolounge a Formentera e un safari ecoluxury kenyota. Tu che non sai star fermo, e già sogni la tua prossima evasione verso la Corniche di Abu Dhabi con il Cultural district che verrà o i laghi dell’Illinois e le avanguardie postmodene di SoBe. Tra un tatuaggio nuovo da escogitare e l’ennesimo improbabile animaletto da addomesticare. Tu che magari ami quel tuo lato un po’ green, che ti scorre nelle vene quando inforchi la bicicletta e respiri l’aria pura, al Lambro come a Regent’s Park, a Buttes Chaumont come a Tiergarten. Tu che, orgoglioso, te magni lomi-e-asadi in sudamerica e sputi giù sprezzante dal Golden gate. Tu che ozi tra Bali e Lombok, tra le teorie sikh e le terapie dell’abate kneipp. Tu che scivoli sul ghiaccio di Helsinki prima di salire sulla Love boat e tu che ti appresti a un tumultuoso e (duraturo) rave in quel di Spagna.

Ipocrita lettore, mon frère, mon semblable, perché ti diletti a molestarmi? Perché ti distrai dalle tue plurime sciarmose attività per condividerle con me? Noialtri siamo davanti al pc perché siamo obbligati o perché – o dioniso, signore dell’insonnia – non c’abbiamo una cippa di minchia d’altro di più intrigante da fare. E quando siamo in giro per il mondo, di certo il blackberry è l’ultima cosa che ci passa per la capa. Te ne prego: piuttosto, al tuo ritorno, riempimi di fotografie, fatte n’album, taggami a più non posso. Ma per favore, lascia in pace la mia immaginazione.

E invece no, niente, sfacciato e menefreghista, ci dai dentro sul faccialibro, incurante e crudele: Silvio Berlusconi scruta il mare d’Irlanda; Silvio Berlusconi salva cormorani in Kuwait; Silvio Berlusconi supporta il popolo tibetano a Dharamsala; Silvio Berlusconi manifesta in piazza Tiennamen; Silvio Berlusconi risana piaghe di lebbrosi con la sua amica @madreteresa1910 in quel di Calcutta; Silvio Berlusconi progetta piani ostili per attaccare la Kamchakta con il compare @vladimir52.

Che poi mi sorge un dubbio, caro Silvio. Non è che dietro a un freddo ordinatore tutto diventi più facile? Non è che io mi sto facendo il sangue amaro bevendomi ignaro un mucchio di iperboliche panzane?

Tra tutti gli esternamenti feisbuchiani, i più indigesti sono quelli  filo-geografici, da nescionalgeografiq, da discovericiennel. Con il wall che viene investito da un violento tsunami di ostentazioni dei propri esotici spostamenti e mobilità cosmopolite.

-elogio del principe-

InUncategorized su ottobre 21, 2010 a 9:24 am

«L’uomo che guarda il cielo dall’alto». Come ogni buon tifoso rossonero certamente saprà, questo epiteto celeste venne coniato dal buon Carlo Pellegatti in onore dell’indimenticabile Franco Baresi. Ultimo vero interprete del ruolo del libero, condottiero silenzioso, padrone della retroguardia, invalicabile ed elegante, Franco giocava sempre a testa alta, anche nelle sue non così rare sortite offensive a superare la trequarti. Era il Capitano. Era «l’uomo che guarda il cielo dell’alto». Mai metafora dell’ippofilo – e silviofilo – giornalista di Mediaset (altresì noto per i suoi pomeriggi alle corse dei cavalli), colpì così vicino al bersaglio.

Sì, c’era «il cormorano dalle ali di cashmere» (Patrick Kluivert) e pure «lo scorpione bianco» (John Dahl Tomasson); c’era «Milano veste moda» Zorro Boban e Mauro Tassotti, «ragazzo d’Ipanema», mentre «la giraffa d’Ebano» era un giovanissimo Patrick Vieira. E ancora, «profumo di asado» Chamot; «lo skipper» Stefano Eranio; e Angelo Colombo, nelle vesti dell’«ispettore Callaghan: il caso centrocampo è tuo». Spuntò addirittura un «Sentenza» (come il «cattivo» Van Cleef di Sergio Leone) per l’eroe di un derby tanto inutile quanto epico, Gianni Comandini. Ma Franco Baresi, «l’uomo che guarda il cielo dall’alto», resta un’intuizione impareggiabile.

Tuttavia, un altro giocatore ispirò l’animo del Pellegatti. «Cogito ergo sum», signore e signori, Fernando Redondo. Scomodare Franco Baresi è cosa rara e giusta, perciò va fatto solo in casi straordinari. E infatti nulla di ordinario aveva Fernando Carlos Redondo Neri, il Principe di Madrid. Anche lui un fuoriclasse, anche lui sempre a testa alta. Ma il maltrattamento da lui subito sulle pagine di questo blog gridava vendetta (e un pezzo riparatore), con l’autore del taconazo de Old Trafford tacciato di flop alla stregua degli Julio Cesar, degli Josè Mari e degli Javi Moreno qualsiasi e di altri signor nessuno di cui, francamente, è difficile pure ricordare se e come giocassero.

Ioko Poko si chiamava la riserva giapponese, Ioko Mai il suo ancor più nipponico sostituto. In effetti Redondo giocò poco, ma delle sue sole 15 presenze in ben quattro anni di Milan, chi ama il calcio giuocato si ricorda assai bene, come un raggio di sole tra le nubi o, meglio, come l’unica ragione per andare a vedere la Coppa Italia a San Siro, l’anno della vittoria di Manchester (oltre naturalmente che per insultare Christian Brocchi a suon di «sei un saccottino» specificando «non quello del Mulino Bianco», bensì quello tarocco). Bei tempi.

L’argentino di Baires era di un’altra pasta, diversa da tutti gli altri. E confonderlo è quindi l’ottavo peccato capitale: l’indistinzione. All’apice della carriera, il divin Fernando volle fortemente volle venire a giocare nel Milan. Quando i soldi in via Turati si spendevano ancora, le magicien venne strappato al Real Madrid per 35 miliardi di lire. Era il botto della campagna acquisti rossonera nell’anno domini 2000/2001. Tuttavia un improvvido infortunio, simile a quello di Marco Van Basten, privò gli occhi avidi dei tifosi di un nobile godimento.

A chi lo ha visto giocare, poco serve ricordarne il talento, l’intelligenza sopraffina, la laurea in Economia (con la leggenda che parla di un secondo diploma in Lettere e filosofia), la rinuncia a stipendio, casa e auto dopo l’infortunio e i due storici rifiuti di giocare i Mondiali con l’Argentina: il primo nel 1990 per privilegiare lo studio (e per dissapori squisitamente tattici di cui il nostro già discuteva con Bilardo a 21 anni) e il secondo pur di non tagliarsi i capelli come da ordine di Daniel Passarella (cosa che poi regolarmente fece poche settimane dopo). Perché «chi lo conosce lo sa», come diceva Alberto Tomba. E lo ricorda come un vero cartesio della mediana, dotato di piedi dal tocco delizioso e di una sagacia irriverente. Lento, lentissimo ma per questo ancora più forte. Dotto mancino del cerchio di centrocampo, dal dribbling facile, il fiuto acuto e un’immensa visione di gioco. Proprio per questo è giusto scomodare Franco Baresi dall’Olimpo del pallone. Perché nell’11 titolare dei migliori giocatori di sempre, assieme al Capitano, lui non sfigurerebbe di certo. Lui, l’unico Principe. Altro che Giannini, altro che Milito.

E allora difendiamo la memoria del bambino diventato ribelle e poi guerriero e poi principe e poi filosofo. Perché la monnezza che oggi esce dalle bocche della losca dirigenza rossonera non porti la rabbia dei tifosi ingannati a infangare anche il suo nome. «Cogito ergo sum», vero genio del futebol con il «magnete nel piede» (copyright: Sir Alex Ferguson). E agli interisti che stanno ridendo a crepapelle compiangendo i cugini persi in così futili nostalgie, va chiesto di tacere umili, se ci riescono, innanzi a cotanta qualità, la stessa che da troppo tempo, nonostante le vittorie, manca sulla loro grigia, squallida sponda del naviglio. Se ci fosse la Fossa si potrebbe cantare (cit.). Ai tempi di Redondo c’era. E per lui non si lesinava.

Giacomo Valtolina

-milvio in wonderland-

InSatira su ottobre 12, 2010 a 12:50 am

“Ma il Pdl non stava andando verso il suo Primo Congresso per diventare così finalmente un partito?”, disse uno. “Perché non lo era prima?”, fece l’altro.  “Eh, no”. “E allora che ‘cosa’ stava governando?”.

Quale fu la risposta non è più importante, perché tanto l’incredibile mondo di Milvio ha in serbo per voi un’altra sorpresa: nuovi nomi, nuovi loghi, nuove classi dirigenti, nuovi sogni. La vita già mi sorride di nuovo.

E allora proviamo tutti assieme, ad aiutarTi nella scelta di un nome appropriato: Forza Italia è andato, Azzurri pure, Nazionale fa un po’ troppo fascista. Mi sa che con il calcio non c’è più nulla da fare. Si rischia di scontentare qualcuno, e poi quell’Ibra è davvero una pessima pubblicità; quindi?

Le voci di corridoio si scatenano. Alcuni giurano che bisogna giocare facile puntando sulla fregna; altri ribattono che, per far star buona la Lega, l’espressione fregna sia decisamente troppo capitolina: “non va bene”. I padani consigliano il compromesso “patata”, per cogliere du’ piccioni con una fava per omaggiare pure Zaia e gli agricoltori. “Partito della patata?”. “Troppo scontato”. Patata party? già meglio, con tutti i festini, l’udc Mele e quant’altro, pure i trentini si leccano i baffi. Qualcuno spariglia consigliando invece un curioso Santa Lucia, ipotesi molto attuale che piace agli allevatori e pure agli evasori (oltre a qualche insospettabile finiano che non ha ancora capito bene come è andata la vicenda). La corrente dei falchi, si dice, sosterrebbe un suggestivo Cayman, che però è un’arma a doppio taglio: evasori ok, proprietari di Porsche al femminile anche, ma Nanni Moretti s’iscriverebbe subito al partito, ergo niet: niente da fare.

La pista degli evasori non va però sottovalutata, “è evocativa” giubila silviuccio: zona Franca, paradiso fiscale, limbo. “Limbo?”. “Ma sì, la danza di quelle ballerine..”. “Ma Presidente!”. “Allora, forse, meglio qualcosa tipo ‘Paradiso’: bello, semplice e Celeste; c’abbiamo già il colore. E poi a me l’Uruguay piace, Tabarez la fa giocare davvero bene. D’altronde, l’ho scoperto io…”. “Presidente!?”. “Va bene, va bene. Senti qua: Onda del Paradiso, suona importante…”.

L’unto dal signore – è arcinoto – soffre di manie di grandezza. E allora perché no l’Oasi del paradiso libero, Paradiso e libertà, Paradisiaci e libertini, Sensazioni forti in paradiso, Focose notti in paradiso, Quella notte sul cofano del paradiso. Maurizia Paradiso. Mannaggia. Anche perché, arrivati a un certo punto, bisognerà pur ben ribellarsi contro un eden comunista che non accetta botaniche bestemmie  su rosyvaticana e in cui gli utilizzatori finali di minorenni camorriste non sono benvenuti.

“Povca puttana, povca tvoia”, direbbe tremonti. E’ tempo di follie, assicurano. E la campagna elettorale va organizzata: Michela Brambilla prepara autoreggenti “istituzionali, ma non troppo”, a causa delle due 44 magnum in dotazione. Grazie alla collaborazione del San Raffaele, inoltre, verranno riportati indietro nel tempo miriadi di androidi dal futuro, alcuni dei quali -i migliori, ovviamente – già ibernati nelle tombe elettromagnetiche di Arcore, un gioiellino 100% brianzolo. Entità che verrano assai utili in tempi di elezioni, grazie a una legge ad hoc  contro elettori rigorosamente in quota Nikita che verranno fagogitati dagli androidi per guadagnare circa un milione di voti.

Eliminati i disoccupati di sinistra, quelli di destra, invece, verranno presi e utilizzati per nascondere i cadaveri degli excolleghi menscevichi nei grattacieli di Ligresti attorno a milano. Da anni disabitati, gli ecomostri  in questione troveranno finalmente, dopo oltre vent’anni, una destinazione d’uso. Finanzieri e carabinieri potranno collaborare alle operazioni, ma solo facendo battute sconce da balilla. Al massimo potranno spararsi tra di loro come in Iraq, data la loro passione per il simpatico giuoco del Fuoco Amico, imparato dagli alleati ammerigani, in quelle sere persiane, quando la roulette russa era diventata una noia mortale. Ma anche altre categorie saranno mobilitate:in guardia tabaccai, tassisti, bagarini e quelli delle scommesse, tra poco ci sarà lavoro per voi.

Vedete, tutto è già studiato, pianificato, che la Marcia abbia inizio. Ma comunque vada da ‘sto cilindro uscirà l’ennesimo volatile. E, se non ce ne fregherà davvero più nulla, ci godremo placidamente  il teatrino pensando a quanto noiosa sarà la vita tra dieci anni senza Milvio. Al massimo lanceremo ortaggi (o monetine davanti al Rafael) quando il baraccone non ci farà più abbastanza ridere.

-capolavori: ad vitam-

InCinema su ottobre 10, 2010 a 11:13 pm

Immortal ad vitam. Questa apparente bestemmia filologica è in realtà un titolo cinematografico ingannatore. Come l’orrido baco che a un certo punto si tramuta in farfalla. Ma, se questo film deve proprio essere qualcosa, allora meglio un’aquila o, chissà, forse un drago.

Lo so, la pellicola è del 2004, e io arrivo un po’ tardi. Ma, mai come in questo caso, l’attesa ha soltanto rimandato un piacere da raggiungere. Come quelle cose che si fanno inseguire e cercare e, poi, quando appaiono all’improvviso, ti seducono e infine conquistano.

Per farla breve, qualcuno dice che è il più bel film di fantascienza della storia.
Non ce ne vogliano i capolavori del genere, Blade Runner in testa, ma questa affermazione è meno peregrina di quel che sembra. In Immortal c’è tutto.

Qui la paranoia psiconauta di Philip Dick incontra la tragedia greca e i miti fondanti delle religioni. Nel suo originale pellegrinaggio, il film sventola cliché esistenzialisti dall’epica al cyberpunk, dalla poesia al fumetto. E, fatta eccezione per qualche dialogo deboluccio, la trama è intensa, assieme antichissima e misteriosa. Un misto postmoderno di animazione e cinema “vero”, costato una sciocchezza come 22 milioni di euro. La mente è quel pazzo francoslavo di Enki Bilal, illustratore e scenografo teatrale che nel cinema ci è entrato dalla porta principale, con Alain Resnais e altre illustri conoscenze.

In totale un’ora e mezza di pura evasione, tra i vapori soffusi di un mondo artificiale, talvolta glorioso, spesso cupo, sempre sfuggente. Unica controindicazione: dopo l’evasione, come sempre, si torna in gabbia. Ma la realtà si svela meglio così che con qualsiasi realismo spicciolo televisivo.

-mentina-

InCronaca su ottobre 9, 2010 a 6:44 pm

Vita dura anche a La7 per il baldo esule neopaladino della libertà, Enrico Mentana. In collegamento dal suo nuovo personalizzato tiggì con il programma di approfondimento In Onda di Luca Telese e Luisella Costamagna, il nostro (o vostro o, insomma, fate vobis), come da usanza chiede anticipazioni. Una volta lo faceva con la Marcuzzi e il grandefratello, ma tant’è.

C’è Sallusti (in una “mise da galeotto”, dice Mentana, causa giacca lucida, dolcevita nero e barba lunga); c’è Concita De Gregorio (già assai indispettita, o meglio inFeltrita); e c’è il segugio (o “cane da riporto”) Stefano Zurlo. Luca Telese annuncia una puntata scoppiettante sulle inchieste pseudofarlocche del Giornale. Informazione o dossieraggio? Siamo già tutti orecchie…

Ma nell’ansia da prestazione e da primodonnismo, il caricaturale Telese si lancia ardito in una battuta: “Anche stasera avremo i nostri sondaggi. E te ne possiamo anticipare uno, Enrico, anche se li abbiamo pagati noi e non il tuo telegiornale…”. Mentana, tra l’incredulo e lo stizzito, dopo un attimo di silenzio, gli risponde acido di no e taglia il collegamento: “Voglio farvi risparmiare” sentenzia lanciando la pubblicità.

Ma il visino è triste e contrito. Come se non bastasse lo sfondo del nuovo studio, che fa tanto bulgaria primi anni Ottanta, a dare già un che di povero al Mentina versione tre (o quattro) punto zero. Dura la vita, anche qui, Enrico? O lo è per Telese?


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