geQvi

- god please dont save the queen -

InUncategorized su gennaio 18, 2011 a 9:57 pm

Sergio Pizzorno è l’autore delle canzoni dei Kasabian, band ormai ospite fissa nelle playlist di tanti cciòvani d’oggi, intelligenti o meno. Gli ex membri degli Oasis li hanno investiti come loro eredi. E loro, in cambio, litigano tra loro proprio come la band dei fratelli gallagher.

Il chitarrista Sergio Pizzorno, stasera, per uno strano giuoco del destino era ospite allo stadio del Manchester City. Sottolineo per le fanciulle che il Manchester City non è il Manchester United con la maglietta rossa, dove voi credete che ancora giochi kristianoronaldo. Guardacaso Sergio era stato invitato proprio da liam gallagher nel palchetto dello stadio a veder giocare il suo Leicester. Ma, tra gli invitati, come per magia, ecco apparire pure l’eterno amico-nemico, il cantante Tom Meighan, a pochi giorni dai recenti dissapori, leggasi liti da ‘mbriachi (“litighiamo solo quando beviamo”, dicono), come nel più scontato cliché della letteratura del rock.

Di tutto questo caramelloso siparietto, grazie al cielo, si è occupata la Provvidenza, per regalarci un sorriso dopo una settimana d’influenza. Il teatrino dell’amore-odio mediatico, possibilmente alcolico, è stato sbeffeggiato dal destino con un gol della squadra ospite, il Leicester, marcato da un tizio, che si chiama proprio Gallagher, con l’ex frontman degli oasis, prontamente inquadrato e deriso da tutta l’Inghilterra. Che poi di operai irlandesi con quel nome ne sia piena l’intera Gran Bretagna, è solo un dettaglio. E che God save the queen or not, pure.

PS per le fanciulle, va detto che, infatti, il tifoso del Manchester City – seppur comprato da Abu Dhabi, ormai – è un po’ come quello del Torino in Italia: proletario vero e mediamente incazzato contro i cugini; e la Juventus è come il Manchester United… quelli rossi, cazzo.

-sorseggiando sauterne sulla transiberiana-

InUncategorized su ottobre 25, 2010 a 12:29 am

Ah, facebook, l’amico-nemico dei più, teatro della sociability contemporanea, altare del riallacciamento dei contatti, anticamera del voyeurismo morboso, piedistallo della conturbanza narcisa, stampella maldestra del giuoco del corteggiamento, gamba de’ legno der cucco sfrenato.

Eh sì, proprio facebook. Condiviso e approvato salotto della mondanità moderna e luogo non-luogo ideale per turbare il prossimo in infinite maniere: sfrontati status, ignobili commenti, indecenti poke, patetici like, deplorevoli e irrivelabili messaggi privati. Perdìo, almeno nel mondo virtuale cerchiamo di essere Cavalieri…

Ed è proprio per cavalleria con la C maiuscola che, allora, eleggiamo Lui a nostro avatar esemplificatore, dato che lui, a suo dire, è amico di tutti. Sì, lui, il solito (non) cavaliere, silvio-milvio berlusconi. Chi meglio di lui può infatti pareggiare l’astio che provocano certe interazioni da commuity, così irritanti che talvolta è difficile controllarsi dall’irresistibile voglia di disattivare il proprio profilo.

Perché il nostro avventuriero avatar silvio non si ferma mai: Silvio is… back in milano; is… fifth avenue; … alle falde del Kilimangiaro; sui bianchi scogli di Dover. A Malindi, nel Caucaso o in groppa a un cammello nel deserto. Oppure a Brighton in sella a una lambretta o magari con un wedge in mano alla 18 di Pebble Beach. Sul versante occidentale del Cerro Torre; ospite di sconosciute rockstar negli studi di Abbey Road; attivo tra gli arancioni d’Ucraina; ubiquo, dall’Old Trafford alle Scuderie del Quirinale.

Tra tutti gli esternamenti feisbucchiani, infatti, i più indigesti sono di gran lunga quelli filo-geografici, quelli da discoverychannel. Con il wall che viene investito da un violento tsunami ostentativo della propria mobilità cosmopolita e dei propri esotici espostamenti, tra modernissimi aeroporti malesi e improbabili scali mediterranei. Talvolta pure in lingua camminando à Paris; flying to London; enjoying his cocktail in Amorgòs; in coda per il Berghain; tra i fumi di Christiania». «Silvio is newyorkin’», «hongkong expressing», «dubaiing», «darjeeling» eppoi filicudi, ginostra e belzebù. E bla bla bla, sorseggiando sauterne sulla fottutissima transiberiana.

Porco il bovino: tu sì che te la spassi, tra un mojitolounge a Formentera e un safari ecoluxury kenyota. Tu che non sai star fermo, e già sogni la tua prossima evasione verso la Corniche di Abu Dhabi con il Cultural district che verrà o i laghi dell’Illinois e le avanguardie postmodene di SoBe. Tra un tatuaggio nuovo da escogitare e l’ennesimo improbabile animaletto da addomesticare. Tu che magari ami quel tuo lato un po’ green, che ti scorre nelle vene quando inforchi la bicicletta e respiri l’aria pura, al Lambro come a Regent’s Park, a Buttes Chaumont come a Tiergarten. Tu che, orgoglioso, te magni lomi-e-asadi in sudamerica e sputi giù sprezzante dal Golden gate. Tu che ozi tra Bali e Lombok, tra le teorie sikh e le terapie dell’abate kneipp. Tu che scivoli sul ghiaccio di Helsinki prima di salire sulla Love boat e tu che ti appresti a un tumultuoso e (duraturo) rave in quel di Spagna.

Ipocrita lettore, mon frère, mon semblable, perché ti diletti a molestarmi? Perché ti distrai dalle tue plurime sciarmose attività per condividerle con me? Noialtri siamo davanti al pc perché siamo obbligati o perché – o dioniso, signore dell’insonnia – non c’abbiamo una cippa di minchia d’altro di più intrigante da fare. E quando siamo in giro per il mondo, di certo il blackberry è l’ultima cosa che ci passa per la capa. Te ne prego: piuttosto, al tuo ritorno, riempimi di fotografie, fatte n’album, taggami a più non posso. Ma per favore, lascia in pace la mia immaginazione.

E invece no, niente, sfacciato e menefreghista, ci dai dentro sul faccialibro, incurante e crudele: Silvio Berlusconi scruta il mare d’Irlanda; Silvio Berlusconi salva cormorani in Kuwait; Silvio Berlusconi supporta il popolo tibetano a Dharamsala; Silvio Berlusconi manifesta in piazza Tiennamen; Silvio Berlusconi risana piaghe di lebbrosi con la sua amica @madreteresa1910 in quel di Calcutta; Silvio Berlusconi progetta piani ostili per attaccare la Kamchakta con il compare @vladimir52.

Che poi mi sorge un dubbio, caro Silvio. Non è che dietro a un freddo ordinatore tutto diventi più facile? Non è che io mi sto facendo il sangue amaro bevendomi ignaro un mucchio di iperboliche panzane?

Tra tutti gli esternamenti feisbuchiani, i più indigesti sono quelli  filo-geografici, da nescionalgeografiq, da discovericiennel. Con il wall che viene investito da un violento tsunami di ostentazioni dei propri esotici spostamenti e mobilità cosmopolite.

-elogio del principe-

InUncategorized su ottobre 21, 2010 a 9:24 am

«L’uomo che guarda il cielo dall’alto». Come ogni buon tifoso rossonero certamente saprà, questo epiteto celeste venne coniato dal buon Carlo Pellegatti in onore dell’indimenticabile Franco Baresi. Ultimo vero interprete del ruolo del libero, condottiero silenzioso, padrone della retroguardia, invalicabile ed elegante, Franco giocava sempre a testa alta, anche nelle sue non così rare sortite offensive a superare la trequarti. Era il Capitano. Era «l’uomo che guarda il cielo dell’alto». Mai metafora dell’ippofilo – e silviofilo – giornalista di Mediaset (altresì noto per i suoi pomeriggi alle corse dei cavalli), colpì così vicino al bersaglio.

Sì, c’era «il cormorano dalle ali di cashmere» (Patrick Kluivert) e pure «lo scorpione bianco» (John Dahl Tomasson); c’era «Milano veste moda» Zorro Boban e Mauro Tassotti, «ragazzo d’Ipanema», mentre «la giraffa d’Ebano» era un giovanissimo Patrick Vieira. E ancora, «profumo di asado» Chamot; «lo skipper» Stefano Eranio; e Angelo Colombo, nelle vesti dell’«ispettore Callaghan: il caso centrocampo è tuo». Spuntò addirittura un «Sentenza» (come il «cattivo» Van Cleef di Sergio Leone) per l’eroe di un derby tanto inutile quanto epico, Gianni Comandini. Ma Franco Baresi, «l’uomo che guarda il cielo dall’alto», resta un’intuizione impareggiabile.

Tuttavia, un altro giocatore ispirò l’animo del Pellegatti. «Cogito ergo sum», signore e signori, Fernando Redondo. Scomodare Franco Baresi è cosa rara e giusta, perciò va fatto solo in casi straordinari. E infatti nulla di ordinario aveva Fernando Carlos Redondo Neri, il Principe di Madrid. Anche lui un fuoriclasse, anche lui sempre a testa alta. Ma il maltrattamento da lui subito sulle pagine di questo blog gridava vendetta (e un pezzo riparatore), con l’autore del taconazo de Old Trafford tacciato di flop alla stregua degli Julio Cesar, degli Josè Mari e degli Javi Moreno qualsiasi e di altri signor nessuno di cui, francamente, è difficile pure ricordare se e come giocassero.

Ioko Poko si chiamava la riserva giapponese, Ioko Mai il suo ancor più nipponico sostituto. In effetti Redondo giocò poco, ma delle sue sole 15 presenze in ben quattro anni di Milan, chi ama il calcio giuocato si ricorda assai bene, come un raggio di sole tra le nubi o, meglio, come l’unica ragione per andare a vedere la Coppa Italia a San Siro, l’anno della vittoria di Manchester (oltre naturalmente che per insultare Christian Brocchi a suon di «sei un saccottino» specificando «non quello del Mulino Bianco», bensì quello tarocco). Bei tempi.

L’argentino di Baires era di un’altra pasta, diversa da tutti gli altri. E confonderlo è quindi l’ottavo peccato capitale: l’indistinzione. All’apice della carriera, il divin Fernando volle fortemente volle venire a giocare nel Milan. Quando i soldi in via Turati si spendevano ancora, le magicien venne strappato al Real Madrid per 35 miliardi di lire. Era il botto della campagna acquisti rossonera nell’anno domini 2000/2001. Tuttavia un improvvido infortunio, simile a quello di Marco Van Basten, privò gli occhi avidi dei tifosi di un nobile godimento.

A chi lo ha visto giocare, poco serve ricordarne il talento, l’intelligenza sopraffina, la laurea in Economia (con la leggenda che parla di un secondo diploma in Lettere e filosofia), la rinuncia a stipendio, casa e auto dopo l’infortunio e i due storici rifiuti di giocare i Mondiali con l’Argentina: il primo nel 1990 per privilegiare lo studio (e per dissapori squisitamente tattici di cui il nostro già discuteva con Bilardo a 21 anni) e il secondo pur di non tagliarsi i capelli come da ordine di Daniel Passarella (cosa che poi regolarmente fece poche settimane dopo). Perché «chi lo conosce lo sa», come diceva Alberto Tomba. E lo ricorda come un vero cartesio della mediana, dotato di piedi dal tocco delizioso e di una sagacia irriverente. Lento, lentissimo ma per questo ancora più forte. Dotto mancino del cerchio di centrocampo, dal dribbling facile, il fiuto acuto e un’immensa visione di gioco. Proprio per questo è giusto scomodare Franco Baresi dall’Olimpo del pallone. Perché nell’11 titolare dei migliori giocatori di sempre, assieme al Capitano, lui non sfigurerebbe di certo. Lui, l’unico Principe. Altro che Giannini, altro che Milito.

E allora difendiamo la memoria del bambino diventato ribelle e poi guerriero e poi principe e poi filosofo. Perché la monnezza che oggi esce dalle bocche della losca dirigenza rossonera non porti la rabbia dei tifosi ingannati a infangare anche il suo nome. «Cogito ergo sum», vero genio del futebol con il «magnete nel piede» (copyright: Sir Alex Ferguson). E agli interisti che stanno ridendo a crepapelle compiangendo i cugini persi in così futili nostalgie, va chiesto di tacere umili, se ci riescono, innanzi a cotanta qualità, la stessa che da troppo tempo, nonostante le vittorie, manca sulla loro grigia, squallida sponda del naviglio. Se ci fosse la Fossa si potrebbe cantare (cit.). Ai tempi di Redondo c’era. E per lui non si lesinava.

Giacomo Valtolina

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.